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Seconda parte - Terzo Romanzo di Araldo Gennaro

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 "Vita reale” 

Dodicesimo capitolo 9 ottobre 2017



"Vita reale”

 Dodicesimo capitolo

Ero sul terzo aereo, l’ultimo, e stavo pensando alla festa che la sera precedente quelli della base mi avevano fatto, mi emozionavo al ricordo.

Tutti vollero salutarmi personalmente e alla fine mi regalarono una targa con una medaglia d’oro, con le date di inizio e di fine del mio lavoro, in allegato una pergamena con le firme di tutti e il logo della compagnia.

Scattarono tante fotografie e stavano arrivando adesso sul mio cellulare, il Comandante mi disse che in qualsiasi momento sarebbe stati contenti se io fossi tornato.

Arrivai a Roma, mandai un messaggio ad Anna:

“Sono a Roma, non so se rimango qui per la notte o proseguo con il tassì”

Risposta:

“Esci da quell’aeroporto, siamo qua fuori!”

Nonostante le valigie, volai all’esterno, c’era uno striscione e tutti i miei amici:

Bentornato!

Lo striscione era sorretto da Andrea e Irma, sotto Angela , Richard e Anna, con un pancione ben visibile.

Lasciai tutto e corsi ad abbracciarli, fu un problema con Anna ma ci riuscii lo stesso. Dietro allo striscione, c’era un SUV con la scritta, Ristorante Al Pozzo:

- Che bello, vedervi, sono a casa finalmente.

Poi:

- Ma chi c’è al ristorante?

e lei con una risata:

- E’ lunedì!

Avevo perso la cognizione del tempo, in auto telefonai a mia madre per tranquillizzarla, e ci recammo al ristorante, per gustare finalmente una cena italiana.

Raccontai la mia esperienza e feci vedere le foto scattate in quegli ultimi sei mesi, poi furono loro a raccontarmi, e  finalmente distrutto, rimasi a dormire li nel ristorante, nella stanzetta di sopra.

Tornare a casa, era un emozione, trovai tutto in ordine, certamente era passata Anna e Richard, i miei appunti in ordine, misi a posto le mie poche cose, avevo lasciato un biglietto al locale, che ci saremmo visti nel pomeriggio.

Salii sul Santuario, prima di andare da Padre Alfonso, volli vedere da solo il ristorante, dall’esterno, era imponente, continuavo a ripetermi che sarebbe stato difficile ottenerlo!

Padre Alfonso fu contentissimo di vedermi, mi disse che dalla Diocesi non si sapeva nulla del numero di persone che avevano risposto al Bando, ma lui tifava per me.

Lo ringraziai, e presi l’autostrada per andare da mia madre, dopo il primo approccio brusco (non mi aveva perdonato di essermene andato così lontano), facemmo la pace, mi preparò un bel pranzetto e volle che le raccontassi tutto.

Dopo pranzo attesi mia madre fuori al balcone, e fissavo il balcone di fronte, chissà in attesa di cosa, e pure tutto era partito da li, ma nulla accadde.

Raccontai a mia madre dei miei amici, del bimbo in arrivo e del prossimo matrimonio di Anna E Richard e partii per tornare a casa.

Dal mio cellulare potevo leggere le e mail che mi arrivavano, evidentemente avevo lasciato un buon ricordo in Groenlandia, e mi arrivarono diverse occasioni di lavoro, nei posti più sperduti della Terra, ero soddisfatto.

Per una settimana volli seguire tutte le iniziative del locale, e mi divertii tantissimo, quando ero libero davo una mano in cucina a Richard, proponendo nuove ricette frutto della mia esperienza all’estero.

Poi una sera, della seconda settimana, mi chiamò Padre Alfonso e mi chiese se all’indomani potevo salire al Santuario, voleva parlarmi.

La mattina mi avviai al Santuario di buon ora, volevo sentire la messa gregoriana, erano anni che non sentivo più quella magia che suscita negli animi i canti di epoche remote, mi rilassai.

Mi recai da padre Alfonso, feci colazione con i frati, e fui preso sottobraccio:

- C’è una persona che ti vuole parlare.

Lo guardai interrogativamente, ma non ebbi risposta.

Entrammo, nello studio del Rettore, e trovai il mio amico Sergio Capitano dei carabinieri:

- Sorpreso?

Mi disse abbracciandomi:

- Certo, avresti potuto venire a casa, ci conosciamo da ragazzi.

Sorrise:

- No, non potevo, sarei stato visto, invece qui sanno che sono di casa, e quindi nessuno lo noterà.

Questa cosa non mi piaceva, che avrà da dirmi, così di nascosto, incuriosito:

- Eccomi, dimmi?

Ci sedemmo di fronte, Padre Alfonso prese una sedia e venne vicino a noi:

- Non è facile, ma cerco di spiegarmi in modo conciso. Due mesi fa hanno chiamato il nostro Generale alla Diocesi, e hanno chiesto aiuto

Lo interruppi:

- Aiuto?

- Si, il Vescovo era molto preoccupato, inizialmente avevano avuto dieci proposte per il Ristorante del Santuario, poi un poco alla volta, otto di queste persone si erano tirate indietro.

La cosa si faceva interessante:

- Ne sono rimaste solo due, la tua e quella di una Società. Chiesero e ottennero che si facesse indagini su quei due nomi, quando arrivò sulla mia scrivania la richiesta di una informativa su di te, dopo il primo stupore iniziale, scrissi una dettagliata relazione, dove mi facevo garante per conoscenza personale e dove citai anche l’episodio accaduto alcuni mesi fa, della cattura di malavitosi ad opera tua a seguito del mancato rapimento del Console Inglese.

Il mio amico!

- Dieci giorni fa, sono stato convocato a Roma, qui hanno detto che la Società rimasta era la causa del ritiro delle proposte, perché trattasi di una società che fa capo ad una “famiglia” siciliana, che sta rastrellando in tutta Italia dei locali, presumibilmente dovranno servire per altro, si pensa a traffico di droga e non nella ristorazione.

Lo fermai:

- Scenario pericoloso, ma scusami, io che c’entro?

Mi fece segno di attendere:

- Le alte sfere sono convinte, che gli stessi non sono riusciti a contattarti e quindi a farti recedere dalla proposta, perché non eri in Italia, ora, loro pensano e a questo punto anch’io, che lo faranno prima che si possono aprire le buste.

- E dato che nel bando hanno inserito la clausola, che verrà aggiudicata anche se ci sarà solo un’offerta, l’avranno.

- Esatto Rino, vedi ci sei arrivato finalmente.

Era preoccupato, lo vedevo.

Si avevo intuito, ma ora?

- Allora mi hanno dato mandato di metterti al corrente, e poi di farti una proposta, su questo è al corrente anche la Diocesi.

- Quale proposta?

- Figliolo pensaci bene prima di rispondere.

Era Padre Alfonso

- Noi vorremmo arrestare queste persone e così interrompere questa catena di Sant Antonio, nell’acquisizione di locali!  

Ma al momento non abbiamo nessuna prova in mano e ne certezza, le persone che sono state costrette al ritiro, hanno paura e non si vogliono esporre, te la senti di fare da esca per noi?

 Sono venuto qui a proportelo, proprio per essere certo che nessuno tranne il Rettore e il Padre Eterno potesse ascoltarci. Ci tengo a dirtelo, in qualità di amico, che nessuno potrebbe importi di farlo, che è pericoloso, e che comunque non devi sentirti responsabile di quello che accadrà al Ristorante se venisse acquisito da queste persone.

Guardai Padre Alfonso e guardavo Sergio, onestamente non sapevo cosa rispondere, alla fine del mese avrebbero aperto le buste, certo loro per avere la certezza mi avrebbero contattato e comunque avrebbero tentato.

Ma che ci facevo qui adesso?

Era una bella giornata stamattina e ora mi trovo a dover dare una risposta che potrebbe anche costarmi la vita, poi per chi?

Si, volevo cogliere l’occasione che mi era piovuta dal Cielo, di un locale tutto mio, ma adesso?

 A quale condizioni?

Stavano aspettando, sapevano che non era una cosa semplice, ma sapevano anche, conoscendomi, che non avrei preso tempo,

o si o no, adesso!

Ero teso e nervoso:

- Sergio in che cosa consiste questa mia collaborazione.

Si schiarì la voce:

- Avrai il cellulare sotto controllo, sarà vigilato e seguito notte e giorno da noi, ti dovremo applicare un microfono fino alla fine dell’operazione.

- Oh Dio, ma questo vuol dire che potrebbero anche usare le maniere forti.

- Si.

- Allora dimmi come faccio! Tu sai che Anna aspetta un bimbo e non me la sento di metterla in pericolo.

- Hai ragione.

- E allora se ho ragione, significa pure che non posso andare al ristorante, capisci, metterei in pericolo altre persone, non potrei mai.

Sconsolato:

- E anche questo è vero.

- E anche che nessuno lo deve sapere.

- Si, nessuno.

Mi ero alzato, e dalla finestra, potevo vedere la sagoma del ristorante, lo immaginavo già, come quando l’avevo visto per la prima volta, quella sera che andavo a guadagnarmi qualcosa di soldi, facendo il cameriere, per un matrimonio.

Pieno di luci, le persone contente, la musica, si ballava, si rideva.

- No, a queste condizioni non posso!

Padre Alfonso si alzò di scatto e mi venne vicino:

- Riflettici, non lo faresti solo per te, lo faresti per noi, per la comunità, non vorrei mai che il marcio partisse da li.

e indicò il ristorante

- Ti capisco, ma so che non è perché hai paura per te stesso! Dovrai stare isolato per dieci giorni, ma non è nemmeno per questo, ma se il problema e che non vuoi ferire le persone che ti vogliono bene, allora ti prometto e lo dico davanti a Sergio che sarò io che avvertirò Anna sotto confessione, e Richard sarà l’unico che lo verrà a sapere da lei.

Lo guardai diritto negli occhi:

- Lo farete, veramente?

- Si.

Guardai Sergio:

- Non mi oppongo, so quando ci tieni ad Anna e ti capisco, Padre Alfonso ha trovato la soluzione, ma io non so nulla.

Lo guardai sorridendo, lui l’integerrimo amico, pronto a mentire per darmi una mano.

Mi avvicinai, lo abbracciai:

- Ci sto! Cosa dobbiamo fare?

Diavolo di Sergio, era certo che avrei accettato, prese dalla valigetta il microfono:

- Adesso spogliati.

Ridemmo tutti e tre e la tensione si allentò!

Aveva organizzato tutto, mi insegnò a mettere e a togliere il microfono, poi avvertì la centrale con una micro radio che aveva in tasca, facendo partire l’operazione, per tutti ero ammalato.

Alla fine ci salutammo e scendemmo con tre auto diverse.

Nello scendere feci un poco di provviste, poi mentalmente cercavo di non pensare a quello che poteva capitare, adesso per me era solo importante che Anna lo sapesse, poi, poi non lo so.

Sergio mi aveva detto che dovevo condurre una vita normale, e bisognava attendere, il contatto poteva avvenire dovunque anche tramite computer, conoscevo la procedura per mettere in condivisione il mio computer e la installai, poi facendo finta di leggere ad alta voce, inviai i dati del mio Identificato alla centrale, immediatamente mi fu risposto sul computer con un “OK.”

Erano passate due ore e stavo in ansia, non sapevo come era andata con Anna, poi mi arrivò un messaggino:

“Oggi mi sono confessata”

Sorrisi:

“Avevi molti peccati?”

Risposta:

“Uno solo, ma enorme”

risposi

“ahahahahahahahahaah”

Bene, ora che lei sapeva stavo più tranquillo!

Mi preparai qualcosa da mangiare, e telefonai al contadino che mi forniva le uova, per avvertirlo che nel pomeriggio sarei andate a prenderle.

Avevo ancora un compito da terminare, finire di scrivere il mio sogno, la venuta di Richard mi aveva interrotto, ma il sogno era sempre li, ancora più presente, scrissi un paio d’ore e poi scesi a prendere le uova.

Da lontano notai un’auto che mi seguiva, arrivai alla fattoria, e rimasi un paio d’ore, oltre alle uova, il fattore volle regalarmi delle verdure e del vino di sua produzione.

Erano passati due giorni, e nulla era successo!

Ogni tanto mi chiamava Richard con la scusa di un suggerimento per una ricetta, poi Anna che faceva finta di voler sapere come stavo e che si dispiaceva di non venirmi a trovare ma lo stato della gravidanza non lo permetteva.

Ma la quinta sera, stavo per mettermi a tavola, avevo preparato una pasta e fagioli come piaceva a me, era al punto giusto di cremosità, bollente, stavo aggiungendo del peperoncino, quando qualcuno suonò alla porta:

- Chi è?

Voce di donna con un accento strano:

- Scusatemi, non vorrei disturbare, ma vorrei chiedere un informazione.

A quest’ora pensai.

Aprii la porta, era una ragazza sui trent’anni, davvero carina, nella penombra non la vedevo molto bene, stava un gradino sotto all’ingresso:

- Mi dica?

- Grazie per avermi aperto, ho bussato anche più giù ma nessuno mi ha risposto, poi ho guardato in alto e visto una luce sono venuta.

- Si qui non abitano molte persone e di sera sono molto riservati. Ma prego, si vuole accomodare?

Entrò!

Alla luce della lampada, era alta, ben vestita e aveva una cartella tipo porta computer:

- In cosa posso essere utile?

- Ma vedo che lei sta mangiando, mi scuso, davvero. Ma la mia macchina si è fermata proprio sotto al borgo, penso di essere rimasta senza benzina, il cellulare è scarico e non sapevo cosa fare. Avevo degli appuntamenti in città, si è fatto tardi e mi avevano indicato questa strada come la più breve per arrivare all’Appia.

- Non si preoccupi, se vuole si può accomodare.

- No grazie, vorrei solo sapere se c’è qualche distributore nelle vicinanze.

Era nervosa, dovevo metterla a suo agio:

- No, nelle vicinanze proprio no, ma ora prendo una tanica e l’accompagno.

Così dicendo, aprii un cassone che avevo in cucina e presi una di quelle buste per contenere il carburante:

- Ma mi dispiace, lei è troppo gentile.

Mettendomi la giacca:

- Non potrei mai lasciarla andare da sola, a quest’ora di sera, venga.

Le indicai la strada, uscimmo e scendemmo verso la mia macchina, e vidi la sua macchina, era una mercedes:

- Quella è la sua auto? E’ a benzina o a nafta?

Mi guardò come se parlassi arabo:

- Non lo so, l’ho presa a noleggio.

La feci accomodare:

- Mi può dare le chiavi che controllo.

Evidentemente l’avevo detto in un modo rassicurante, che lei le prese e me le diede:

- Certo!

Andai verso l’auto e dopo che l’avevo aperta, misi la chiave nell’accensione e notai che il serbatoio era pieno e dissi:

“Serbatoio pieno, mi sa che questo è il contatto”

Fui uno stupido!

Tornai verso la mia macchina, sempre dal finestrino passeggero:

- Mi sa che non è mancanza di carburante.

Sentii chiaramente una voce di un uomo dietro di me:

- Hai ragione!

E mi sferrò un colpo alla nuca con qualcosa di molto duro!

Quando mi svegliai, ma è un eufemismo!

Mi accorsi di essere legato mani e piedi, sul sedile posteriore, davanti c’era un uomo alla guida e la donna al suo fianco, mi avevano messo addosso qualche coperta, ma la testa con qualche sforzo riuscii a tirarla fuori, dal finestrino laterale, vidi una sequenza di lampioni a tutta velocità, poi un insegna di quelle dell’autostrada, trattenni il fiato per non essere scoperto.

Aspettai e fui premiato, dopo qualche minuto, altra indicazione riuscii a leggere solo le iniziali Ca, stavamo verso Cassino, colsi l’occasione di una strombazzata di un camion che stavamo superando per dire:

“Cassino”

Ma perché mi ero messo in questa condizione, si qualcuno mi stava seguendo, certamente, ma ora dove saremmo andati? Cosa avrebbero fatto? La testa mi faceva male, non potevo alzarla più di tanto.

Poi vidi che la donna ogni tanto dava uno sguardo dietro, dovevo stare attento.

- Attento c’è la polizia stradale

Era la donna:

- Tranquilla stiamo per arrivare

Dopo un rallentamento dovuto certamente alla pattuglia, l’auto continuava a correre, lo vedevo dalla velocità dei pali dell’illuminazione che ogni tanto illuminavano l’auto.

Era passata quasi un’ora:

- Dorme ancora?

- Si, speriamo che non l’hai ucciso, non si muove!

- Tranquilla, l’ho solo tramortito serve da vivo non da morto.

Certo che questo dialogo, nelle mie condizioni, mi faceva stare proprio bene. Ma perché nessuno interviene?

- Ecco!

Sentii la macchina che rallentava, evidentemente stava uscendo da un casello o in un’area di servizio?

Feci l’imprudente, alzai la testa più che potevo e la riconobbi, dissi:

“La macchia”

Era l’area di servizio sull’autostrada Napoli Roma, quella più vicino all’uscita di Roma.

E ora?

Infilai la testa sotto la coperta e chiusi gli occhi. Sentii che finalmente l’auto si fermava, scesero e qualche altro apri le portiere, quattro braccia mi presero di peso non prima di avermi infilato un cappuccio legandolo al collo.

Altre braccia mi presero e mi fecero salire in alto, sentivo un suono metallico delle scarpe di chi mi portava di peso, poi:

- Ci sei andato pesante? Svegliatelo.

All’improvviso sentii uno scroscio d’acqua sul viso, fui preso alla sprovvista, iniziai a buttare la testa da tutti i lati, finche qualcuno non la fermò:

- Ma dove sono, che succede, perché sono legato?

Nessuno rispose, mi sollevarono sbattendomi letteralmente su una sedia, dal rimbombo capii che ero in uno stanzone o in un cassone di un camion:

- Stai zitto, non urlare, qua nessuno ti può sentire.

- Ma chi sei, chi siete, che volete? Aiuto.

Sentii una risata fragoroso, poi una mano sul collo:

- Zitto, non parlare ma ascolta.

- Siamo amici, sei stato bene in Groenlandia.

Cercavo di rispondere, ma la mano stringeva sempre di più:

- Bene, se vuoi ancora vivere, se vuoi ancora dilettarti con le tue ricette, devi fare solo un favore a dei nostri amici.

Allentò la stretta e io subito:

- Aiuto

Riprese la stretta

- Allora non hai capito, qui nessuno ti sente

e si mise a ridere (non dimenticherò più quella risata).

- Ora ascolta, questo è un avvertimento, devi fare solo un piccolo, piccolissimo piacere e noi ti lasciamo stare, se hai capito, fai si con la testa.

Lo feci

- Bene, tu domani vai in Diocesi, e ritiri la tua proposta per il ristorante. Allora?

Feci di si con la testa

- Se tutto va bene, non ci vedrai più, ma se vai a denunciare o non fai quello che abbiamo detto, sarai un uomo morto.

Feci si con la testa, e sentii un altro colpo alla nuca.

E fu tutto buio!

Prima di svenire, sentii:

- Fermi tutti, carabinieri!

 

Fine dodicesimo capitolo

Pubblicato Lunedi 09 Ottobre 2017 - 08:36 (letto 61 volte)
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