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Seconda parte - Terzo Romanzo di Araldo Gennaro

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"Vita reale” 

Quindicesimo capitolo 11 ottobre 2017 



"Vita reale”

 

Quindicesimo capitolo

Da quella sera sono passati otto mesi, Anna ha avuto una bella bambina, appena rimessasi dal parto, circa due mesi dopo, siamo stati testimoni di nozze  e Iris la madrina di una bellissima bambina, Giorgia.

Non potremo di sicuro dimenticare quella notte, fu cielo, terra e mare!

Un ventaglio di emozioni, un tornado, la gioia in terra!

Quando mi svegliai, lei non c’era, ma nell’aria sentivo un profumino allettante, cercai di coprirmi, e passai in cucina, ed era li avvolta in un mio accappatoio che era tre volte più grande del suo corpo:

- Sei qui, mi sono preoccupato!

e lei:

- Ti sarà molto difficile liberarti di me, ora che ti ho ritrovato, non ti mollo

Ridemmo, mi avvicinai e ci baciammo, la sua bocca sapeva di salsa:

- Che buon sapore aggiunto.

Rise:

- Tu sei uno Chef, ma saprò conquistarti anche per la gola.

- Non ne hai bisogno, lo sai, l’hai già fatto anni fa e senza cucina, ma non ti nascondo che questi profumi hanno generato un certo appetito.

Interrogativamente:

- Hai fame?

- Certo, ma di te!

La presi in braccio:

- Ma il sugo?

- Capirà!

Eravamo talmente coinvolti che dimenticammo le ore, Iris dovette telefonare al padre per tranquillizzarlo, e rimase con me.

Fu uno dei tanti giorni insieme!

Poi, un susseguirsi di cosa, l’acquisizione del ristorante, il matrimonio e il battesimo dei nostri amici, la notizia di noi due alle nostre rispettive famiglie e le presentazioni.

Da lei, fui invitato a cena per fare conoscenza con il padre, mi presentai con due bottiglie, una di vino e un’altra di spumante, dei dolci e dei fiori per lei:

Bussai alla porta, il cuore mi batteva forte, era il primo incontro, venne ad aprire lei:

- Ciao amore, questi sono per te.

E le diedi i fiori:

- Sono stupendi, grazie, vieni che ti presento mio padre è nello studio.

La seguii, passando per il corridoio, mi sembrava lungo come un’autostrada, arrivammo nello studio, qui in una poltrona, vidi un uomo ultraottantenne che era in attesa, ci avvicinammo, fece per alzarsi, con una mano lo fermai:

- Piacere di conoscerla, io sono Rino.

Lui mi guardò, scrutandomi:

- Ma io ti conosco?

Ero stupito, pensai mi avrà visto qualche volta per strada:

- Non ti ricordi di me?

Cercai affannosamente nella mia memoria, ma nulla, non avevo memorizzato, per prendere tempo e dare alla schiera dei neuroni che improvvisamente rovistavano nella mia testa la possibilità di scovare qualcosa, gli diedi il pacchetto con le due bottiglie.

Mi ringraziò, interrogativamente!

Iris era rimasta stupita, stava vicino a me, attaccata al braccio, in attesa che suo padre parlasse:

- Quattro anni fa, pioveva a dirotto, da poco avevo perso mia moglie, ti ricordi?

Niente da fare!

- Nonostante la brutta giornata, avevo deciso di fare qualcosa e andai al mercato rionale, fui preso da una smania di acquistare le cose, volevo essere d’aiuto in casa, con il risultato che avevo quattro buste molto pesanti, mentre stava per ritornare verso casa, venne giù un acquazzone.

Dopo pochi minuti, sembrava che il tempo migliorasse, uscii dal portone dove mi ero riparato, e camminavo con una certa lentezza, dato il peso…

Ecco, ora si!

- Vidi questa persona, curva su se stessa, con queste borse in mano, cercai di non prendere delle pozzanghere d’acqua, per non bagnarla, la superai e venne giù altra pioggia…

- Ti fermasti, non avevo l’ombrello e poi se pure l’avessi avuto, non avrei potuto utilizzarlo…

Iris, rapita dal racconto, mi fece accomodare sull’altra poltrona, ero con i dolci sulle ginocchia, seduta accanto a me, su uno sgabello da pianoforte:

- Bloccai l’auto, feci marcia indietro e abbassando il finestrino:

“Posso aiutarla?”

-quella persona mi guardò in modo strano, si leggeva sul volto lo stupore:

“No, grazie”

“Ma sta piovendo, venga che l’aiuto”

-senza attendere risposta, scesi dall’auto, alzai il cofano e misi le sue buste, non reclamò, poi aprii la portiera e lo feci entrare, rientrai al posto di guida:

“ma non vorrei disturbare?”

- era preoccupato, non tanto per la pioggia che l’aveva bagnato, ma per il dispiacere di dare fastidio, lo intuii

“Voi non mi date fastidio, sono io che ho deciso di darvi una mano, forse non l’avrei fatto se fosse stata una bella giornata, mi avreste potuto prendere per uno squilibrato che metteva in dubbio la vostra forza, ma adesso, sta piovendo,  non potevo lasciarvi sotto la pioggia con quei pesi in mezzo alla strada.”

-Non mi rispose, poi dopo qualche minuto:

“Grazie”

“Dove posso accompagnarvi?”

-Si stava riprendendo velocemente:

“Mi potete lasciare tra tre incroci, poi proseguo a piedi”

“Non se ne parla proprio, ditemi, dove?”

Iris, aveva affondato le sue unghie nella mia mano, la guardai, stava per piangere, presi il mio fazzoletto, in silenzio lo prese e si asciugò una lacrima:

-Grazie.

“Gli dissi il nome della strada, e partimmo”

-era anche la mia strada, rimanemmo in silenzio, poi..

“Sa ho tre figli, uno si trova da 28 anni in America a Los Angeles, lo sento poco e non lo vedo da anni, poi ho il secondo che lavora in ufficio statale ed è sposato con due bambini, ho una nuora dolcissima, sempre presente quando ce ne bisogno Poi la più piccola, si fa per dire, mia figlia che insegna molto lontano, ma mi accudisce da quando è morta mia moglie un anno fa. Volevo aiutarla, fare la spesa, ma non è cosa per me. Sa quando lavoravo avevo un posto di gran responsabilità, ma nella meccanica non nelle cose di casa!”

-voleva essere utile:

“Non dite così, mi dispiace per vostra moglie, ma di sicuro vostra figlia sarà contenta che siete uscito, nonostante la pioggia”

 “Non lo so, si sarà preoccupata, avrà telefonato a casa e non mi avrà trovato, non voglio il cellulare, non lo so usare”

“ma è facile, e poi dopo averlo imparato, o da vostro figlio o da lei, sarete anche più tranquillo”

- mi guardò

“Dite?

“Si, certo, voi potete telefonare quando volete e loro rintracciarvi quando vogliono”

Iris intervenne:

- Quel giorno, non avendolo trovato a casa, telefonavo ogni dieci minuti, era un brutta giornata, poi mi rispose, mi disse che era tornato dalla spesa e che non si era bagnato, poi mi chiese di comprargli un cellulare, semplice però. Mi meravigliai!

E sorrise, ora aveva capito il perché.

“Mi accompagnaste fino a casa, e mi portaste le buste sopra, volevo farvi entrare, ma non avete voluto entrare. Ringraziai e non vi vidi più”

- Scusatemi non vi avevo riconosciuto.

Sorrise:

- Noi di una certa età certe cose non le dimentichiamo mai, sono contento di vedervi e ancor di più sapere che la persona che quel giorno mi ha dato una mano, è innamorata di mia figlia.

Iris si alzò ed andò ad abbracciare il padre, poi venne da me e mi diede un bacio sulla fronte, che voleva dire tante cose, e io in risposta al padre:

- Grazie.

Era contenta, era in ansia per questo incontrò, ma fu una festa a tavola per tutti e tre, poi nel pomeriggio venne il fratello con la famiglia e vollero raccontare tutto.

Mi sentivo a casa!

Dopo qualche giorno, raccontai tutto a mia madre , che non mi sembrò per nulla sorpresa, e l’andai a prendere per fargliela conoscere, anche se mi aveva accennato che già la conosceva.

Quella sera, ci presentammo a casa, con i dolci e i fiori per mamma da Iris, apri la porta, ringraziò per i fiori, poi prese Iris sotto braccio:

- Sapessi quanto ho pregato di farvi incontrare e finalmente Lui mi ha ascoltato, vieni figlia mia.

Io fui ignorato!

E passammo una bella serata!

Dopo quattro mesi, decidemmo di comune accordo di convivere, scegliemmo una piccola villetta già arredata, all’uscita della città, Iris andava a scuola a piedi ed io usavo l’auto per i vari servizi legati al locale.

Quando fu redatto l’atto notarile che sanciva il nostro acquisto, avemmo la gradita sorpresa, che dallo studio catastale del cespite, risultava che avevamo acquistato anche un castagneto di due ettari con un fabbricato annesso, poco distante dal ristorante.

Decidemmo di chiedere la ristrutturazione, e iniziammo i lavori.

Non avevo lasciato i miei amici da soli, anzi, spesso andavo a dare una mano in cucina, Anna era ancora più bella dopo la gravidanza, e Iris anche se non apertamente era molto gelosa di lei.

Proprio per questa ragione, quando rimanevo al Pozzo, la portavo con me, per dimostrarle che non aveva nessuna ragione per essere gelosa.

 Richard mi aveva chiamato un giorno di pomeriggio:

-Rino?

- Dimmi Richard.

- Hai qualche progetto per stasera

Non capivo:

- Che vuoi dire?

- Vorrei il tuo aiuto, avevo pensato di preparare la tua pietanza migliore, sai per variare, ma non mi ricordo mai le procedure.

- La mia pietanza migliore?

- Si, la bolognese, ma non quella semplice, quella che sai fare tu.

- Qual è il problema?

- Vieni, se puoi, così la prepariamo insieme.

- Aspetto che parlo con Iris.

- Ok, mi fai sapere?

- No aspetta al telefono.

Andai nell’altra stanza, come al solito era curva sopra al computer per la scuola:

- Amore, mi ha chiamato Richard vorrebbe una mano per una pietanza da servire stasera, vieni con me?

Mi guardò, come se vedesse un alieno, poi ripresasi dai programmi scolastici:

- Si, ti raggiungo, stasera, ora ho da lavorare, domani ho il consiglio dei docenti.

- Va bene.

Ripresi il telefono:

- Richard, allora ci vediamo tra poco.

Sentii un piccolo grido:

- E vaii!!

Presi l’auto e in pochi minuti arrivai, Anna stava facendo una passeggiata con la carrozzina con la bambina:

- Ciao, bella mora, come stai?

Riconobbe la mia voce , era di spalle:

- Ciao, pelo rosso, sei in stato di libertà?

Forse Iris non aveva tutti i torti:

- Bella battuta, ma lo sai che per voi ci sono sempre.

- Certo, quando lei, ti lascia andare, ti ha risucchiato come un aspirapolvere.

- Cattivella.

Sorrise:

- Chi , io? Ahahahahahahahaha, è la pura verità, le voglio bene anch’io come una sorella, e sai fra sorelle si litiga e si fanno i pettegolezzi.

L’abbracciai, la piccola dormiva:

- Ehi, mica ti ho chiesto questo?

Era Richard:

- Ora ti ci metti pure tu, non basta Iris, ma lo sai che io conosco Anna da più tempo.

Rise:

- Vieni che abbiamo da fare.

- Ciao mora a dopo!

E le diedi un bacio sulla fronte.

Andammo in cucina, mi fece trovare tutto l’occorrente:

“polpa di manzo macinata grossa,  macinato di suino, pancetta di maiale, carote, coste di sedano, cipolla, concentrato di pomodoro, vino rosso, latte intero, brodo di carne, olio di oliva extravergine, sale, pepe”

- Mi sono dimenticato qualcosa?

Sorpreso:

- No!

Non aveva sbagliato nulla, ci mettemmo al lavoro, eravamo un duo affiatato, mentre uno puliva, l’altro riduceva e mescolava e viceversa, poi dopo aver finito la preparazione, iniziammo la cottura:

- Come mai questa scelta per stasera?

Richard glissava la risposta, lo vedevo, faceva altro, ma non voleva rispondere, in una pausa, lo bloccai:

- Allora?

- Cosa?

- Come mai la bolognese?

Stavolta era con le spalle al muro:

- E’ una sorpresa!

Chissà che cosa ha voluto dire, guardavo la cucina, era immacolata, avevamo avuto degli ottimi maestri che ci avevano insegnato che l’ordine e la pulizia erano due cose da non dimenticare nella propria cucina.

Non vedevo l’ora di aprire la mia cucina al locale, ma stavano lavorando per metterla a norma, era chiusa da tempo, e nel frattempo le norme di sicurezza sia in cucina che in sala erano aumentate, e quindi ero fermo, poi avevo con l’architetto modificato alcune cose, tra cui creare la cucina a vista, mi piaceva vedere la sala e desideravo che dalla sala potessero vedere cosa si faceva in cucina per loro.

Aiutai a preparare pure altre pietanze, e Andrea che oramai era fisso nella brigata di cucina, era divertito dai duetti tra me e il mio amico, ogni tanto rimescolavo il sugo alla bolognese, stavo di spalle e quasi verso la fine, oramai erano passate tre ore che sobbolliva, quando:

- Si potrebbe assaggiare?

Quella voce, quella inclinazione straniera mi fece fare un salto.

Lo guardai, si era proprio lui, Dan, non ci potevo credere, rimasi con il cucchiaio di legno a mezza aria:

- Allora Chef, posso assaggiare?

Disse divertito:

- Non ancora, ma che ci fa lei qui?

Ci abbracciammo:

- Mi hai costretto tu, ho dovuto fare chilometri per venire, e per poter assaggiare il tuo sugo.

Era questa la sorpresa!

Mi girai, di lato, c’erano Anna e Richard che si stavano godendo la scena, mentre Andrea la filmava:

- Questa si che è una sorpresa, grazie Richard.

Dan era il nostro capo Chef in Inghilterra, ora in pensione, era ghiotto della mia bolognese, l’avrei dovuto capire, ma ero così preso da altro che mi era sfuggita, mentre stavo pensando, vidi con la coda dell’occhio, che il mio ex capo, stava brandendo un cucchiaio, non da tavola ma di servizio per assaggiare, mi misi tra lui e la pentola:

- Eh no, non è ancora pronto!

Mi squadrò, pronto a levarmi di mezzo, come quando nella sua cucina, faceva volare le padelle, quando era convinto che una pietanza non era al massimo:

- Come non è pronta?

- Dovete pazientare un altro poco, devo aggiungere ancora un ingrediente, e poi tra trenta minuti, faremo l’assaggio, e non di certo con quel cucchiaio, ma quello normale.

Senza aspettare la risposta, aggiunsi il latte e mescolai aggiustando la fiamma:

- Non sono più il tuo capo, quindi chiamami Dan, aspetterò, ma il mio assaggio e con questo.

Era inutile cercare di convincerlo, lo presi e posai il cucchiaio, poi sottobraccio andammo verso lo stagno.

- Allora coma mai ti trovi qui?

Non mi rispondeva, arrivammo ad una panchina, e ci raggiunse anche Richard, sembrava una rimpatriata, poi:

- Potrei inventare una scusa, ma so che non approveresti, sono qui perché ho dovuto prolungare la mia andata in pensione, non avendo trovato chi mi poteva sostituire a Plymouth.

Plymouth, il mio vecchio amore, era rimasta nel mio cuore.

- Sono qui da venti giorni, abbiamo valutato diversi Chef, ma nessuno ha superato il nostro esame.

Abbiamo, lui e chi?

Quasi come se mi avesse letto nel pensiero:

- Si sono qui con la famiglia Williamsburg! Hanno colto l’occasione per venire in Italia e poi seguire i colloqui che ho tenuto all’Albergo a Napoli.

E mi guardò.

Mister Steve stava qui, che diavolo, erano venuti anche loro:

- Ah ecco, e dove?

- Stanno a Napoli dal cognato, al Consolato, anzi devo chiederti una cosa da parte loro, vorrebbero sapere se possono venire in serata al locale qui per salutarti e gustare il menu.

Ero pensieroso, me l’avevano fatta grossa, ma Qualcuno ha detto che perdonare è una vittoria:

- Perché no! Saremo lieti di far assaggiare la nostra cucina, vero Richard?

Era perplesso, pensava che di sicuro sarei andato in escandescenza, ma poi più tranquillo:

- Certo!

E Dan prese il cellulare per avvertirli, dopo la telefonata:

- Ma da quanto sapevi che Dan sarebbe venuto?

Richard:

- Da stamattina, mi ha telefonato, prima si è voluto assicurare che tu eri in zona, poi che potevi venire a cucinare e poi si è fatto accompagnare in tassì fino a qui da Napoli.

Non vedevo l’ora di farlo conoscere a Iris, la telefonai per sapere quando sarebbe venuta, ma mi disse che stava in alto mare, e che quindi non sapeva quando, ma sarebbe venuta in serata.

Inutile dire che a fine cottura, volle fare un “assaggio”, ma dovetti allontanarlo dalla cucina, per farlo gustare agli altri in serata.

Dire che non ero preoccupato, per la visita degli amici di oltre manica, sarebbe come dire una sciocchezza.

Telefonarono per prenotare per dieci persone, evidentemente era stato così gradito il permesso, che avevano voluto fare le cose in grande.

Irma e Angela, prepararono la sala sotto la supervisione di Anna, io e Richard, decidemmo di fare dei secondi alternativi, per dare la possibilità di far gustare, delle cose nuove:

- Trota alla birra

- Trota salmonata al sale

Verso le 19.00, arrivarono cinque persone, due donne e tre uomini, conoscendo la prassi comune del Consolato inglese, ci rendemmo conto che avremmo avuto anche il Console inglese, quindi non ci sorprendemmo più di tanto, Irma , li accolse, chiesero di dare un’occhiata ai locali, e lei fece fare.

Poi arrivò Iris, sempre più splendente ma con un’aria stanca, le presentai Dan, spiegandole chi era, fu molto cortese ma se devo dirla tutta anche molto fredda, li per li non ci feci caso, Dan si offerse di essere il suo cavaliere a tavola, ma lei si scusò e:

- Scusatemi, non è che non voglia, ma ho un terribile mal di testa, sono venuto per conoscerla, ma adesso se non vi dispiace vorrei ritornare a casa.

Ero stupito:

- Stai Bene?

E lei:

- Si, e che mi sono talmente stancata per la scuola, che veramente non ce la faccio.

Preoccupato:

- Vuoi che ti accompagni a casa e rimanga con te.

- No, non ti preoccupare, vado da sola.

E andò via.

Anna venne per salutarla, avendola vista arrivare, ma l’incrociò che stava per andarsene, venne in cucina:

- Rino, ma Iris?

- Non so che abbia, forse la scuola la sta impegnando molto, aveva mal di testa ed è andata a casa.

- Strano!

Era Anna.

Alle 20.00 iniziarono a venire le persone, uno dei due tavoli da cinque era posizionato vicino al camino, ma rimase vuoto, strano, pensai, ci avranno ripensato.

Preso dal servizio, non mi soffermai più di tanto, quella sera avevamo il locale semi vuoto, verso le 21.00 si senti lo strombazzare di un autobus, Anna che si trovava nei pressi dell’ingresso del locale, usci fuori per vedere cosa stava succedendo, e si accorse che c’era un autobus che si era diretto verso il parcheggio e non riusciva a fare manovra, chiamò Andrea e lo mandò a vedere che cosa stava succedendo.

Noi non c’eravamo accorti di nulla, ma dopo poco entrò Angela:

- Abbiamo il locale pieno

- Come abbiamo il locale pieno?

- Si, è arrivato un autobus pieno di persone, e poi sono arrivati anche gli ospiti inglesi.

Dall’oblò della cucina, incuriositi demmo un’occhiata alla sala, e meraviglia delle meraviglie, la sala si era riempita di persone che portavano l’abbigliamento scozzese, a quel punto non potemmo fare a meno di entrare in sala.

Venimmo catapultati in un pub scozzese, ordinatamente vennero accompagnati ai tavoli, io e Richard ci guardammo increduli,  poi notammo in fondo vicino al camino, il Console inglese con altri commensali.

Era doveroso da parte nostra andare a salutare, ma Richard, disse che per lui non era possibile, che aveva adesso troppo da fare in cucina, e non aveva tutti i torti, allora mi avviai, con Anna, ma anche lei ad un certo punto mi lasciò solo, chiamato da Irma, dopo poco:

- Signor Console che piacere vederla.

E lui, sorridendo:

- Con l’invasione scozzese!

Guardai la sala e poi:

- No di certo, ma sono sicuro che voi conoscete il perché!

Poi fu la volta di Mister Steve:

- Buonasera Mister Steve, onorato della visita.

Era impacciato, ma non più di tanto, chi invece era arrossita come un peperone era la moglie:

- Rino sono dispiaciuto per quello che è accaduto mesi fa, l’ho detto ma non lo pensavo, è stata una battuta infelice, sono qui personalmente per chiederti scusa.

Guardai la moglie, le sue mani stavano strapazzando un tovagliolo, aveva lo sguardo basso di chi non vuol parlare, quindi :

- E’ storia passata!

Poi rivolto a lui:

- Sono e rimarrò sempre grato alla sua famiglia di avermi accolto nel vostro ristorante, quell’albergo è un punto di riferimento per me, l’ho amato dal primo momento che ho iniziato a lavorare.

Sono contento che la vostra signora ci abbia onorato della sua visita, e sono certo che con quell’appellativo non voleva offendere nessuno.

Finalmente, si rilassò, lasciò andare il tovagliolo, si alzò tendendomi la mano:

- Pace!

La guardai sorridendo, e stringendole la mano:

- Pace!

Tutti si rilassarono e sorrisero sedendosi, augurai un buon appetito e stavo per allontanarmi dal tavolo, quando, la vidi che usciva dai servizi, Helen.

Avete presente quando i ciclisti fanno a gara nel rimanere fermi, in surplace, così accadde per noi due, io fermo in mezzo alla sala tra un vociare infernale e lei, beh lei, avvolta in un vestito lungo, celeste come i suoi occhi, con una mantellina che le copriva le spalle, che faceva solo da contorno, i capelli biondi sciolti attorno al suo viso ovale, con un sorriso aperto e in mano una micro borsa che alla pressione della mano destra era prossima a scoppiare.

Lei, la causa del mio esilio in Groenlandia, lei, che con un bacio sulla guancia mi aveva tenuto in ostaggio, era qui!

Non sapevo cosa fare, feci un cenno con la testa, mi corrispose, e andai in cucina.

Richard, mi vide per primo:

- Che diavolo ti è successo?

Lo guardai:

- Perché?

- Come perché? Hai lo stesso sguardo di quando incontrammo Anna per la prima volta, sei sudato e bianco come il mio cappello.

In quel momento entrò Anna:

- Ma è lei?

Feci si con la testa.

- Chi lei?

- Helen, Richard, Helen è qui!

Finalmente gli cadde il mestolo dalle mani, ma poi il sangue irlandese gli arrivò alla testa:

- Ma con quale coraggio,

e si stava per togliere il grembiule

- ora le faccio vedere io.

Feci appena in tempo a fermarlo, ci vollero tutte e due le mai, lo afferrai per le spalle e lo guardai negli occhi:

- Richard ascolta, non sai come mi sento e non voglio, te lo ripeto non voglio, che la sua presenza sia un intralcio per la serata, è storia passata!

Dovetti essere così incisivo, che sentii che si stava lentamente calmando:

- Ora, andiamo avanti, abbiamo ottanta persone a cui pensare, diamoci una mossa.

Dan si trovava a suo agio, si era seduto tra quattro omoni e rideva e scherzava, il servizio oramai era collaudato, qualcuno degli ospiti nostrani, aveva avvertito Paolo il giornalista che si fiondò per fare delle foto e raccogliere delle impressioni e riportarle sul giornale, io ero distante anni luce dalla serenità, Anna se ne era resa conto, e più volte mi aveva sollecitato ad uscire per prendere un poco d’aria.

Ma non potevo, se ne rese conto, le due pietanze che avevamo aggiunto, fecero scalpore e più di uno chiese e ottenne il bis, compreso Paolo, che ospitammo in cucina per mancanza di posti.

Terminato il servizio, ricevemmo le congratulazioni da tutti, poi, rientrammo in cucina e in pochi minuti fu il silenzio.

Irreale!

Ma ci ricredemmo subito dopo, iniziammo a sentire il suono delle cornamuse, quaranta persone che suonavano, e fu allora che ci rendemmo conto che era la Royal Scottish Band, la Banda Reale Scozzese della Regina che iniziarono un concerto.

Paolo, impazzi, a quell’ora chiamò il suo operatore televisivo, che in pochi minuti arrivò con tutta l’attrezzatura per riprendere quel concerto insolito, l’indomani venimmo a sapere che in tutta la città si erano avvertite distintamente le cornamusa.

Furono trenta minuti, cinque all’interno del locale e venticinque all’esterno sotto la luce dei riflettori e della Luna, meravigliosi.

Al termine, fu il momento dei saluti, non so come ma riuscii ad evitare Helen, questa volta la moglie di Mister Steve volle abbracciarmi:

- Sono stata benissimo, e il ricordo di questa serata sarà indelebile per me, ero venuta titubante me ne vado felice di esserci stata.

Era sincera:

- Lo stesso vale per me, con un'unica differenza, che per me è stata troppo breve.

Fu stupita:

- Perché?

- Perché so che forse non ci rivedremo più, e mi dispiace.

Lei:

- Mai dire mai! Grazie.

 Ringraziai il Console che non fece nessun accenno ad Helen, e andarono via.

Dove stava Helen? Non lo so!

E nemmeno mi interessava!

Erano quasi le due quando finimmo di mettere a posto, stavamo spogliandoci, quando entrò Anna:

- Rino, sei stanco?

La sentii dal ripostiglio:

- Perché?

Non mi rispondeva, guardai Richard:

- Cos’ha voluto dire?

E lui:

- Non lo so.

Uscimmo insieme, Anna non c’era, andammo nella sala, stava seduta pensierosa:

- Che succede Anna?

Era Richard, lei ci indicò di sederci:

- C’è che sono una scema. Ecco che c’è!

- E’ andato qualcosa storto, non hanno pagato?

Sempre Richard:

- No, anzi!

- E allora?

Dicemmo insieme:

- E che sono cretina, non me lo potrò mai perdonare, ma ti devo consegnare una lettera.

A me?

- Non guardare in aria Rino, proprio a te, Angela ha trovato nei servizi, appesa allo specchio un busta indirizzata a me.

La prese, l’apri e:

“ Cara Anna, so che in questo momento la mia presenza vi ha scombussolato, non avete tutti i torti!

Ma non potevo non venire, volevo rivedere Rino.

Non t’arrabbiare!

So tutto, so che sono stata la causa di dolore, e del suo allontanamento in Groenlandia, e so altrettanto bene che ti sto per chiedere un grosso favore. Nel pozzo, sopra la mensola, quella più alta c’è una lettera per lui, ti prego, non la strappare, vorrei che glielo dicessi, poi sarà lui a decidere se aprirla o meno.

Tu sei donna come me, puoi capirmi, sono mesi che cerco di trovare un’occasione per chiarirmi con lui. Non è un capriccio da donna ricca e viziata, ma è il desiderio di una donna che ha amato e ama ancora. Grazie.”

Azz!

Segui un silenzio tombale!

- Ecco vedi come sono cretina, avrei potuto non dirtelo, domani sarei scesa giù  l’avrei presa e strappata, ma non ce l’ho fatta! Scusami.

Non potevo non alzarmi ed abbracciarla, capivo quello che sentiva, ma nel dubbio, aveva fatto la sua scelta, e aveva paura.

- Hai fatto bene, quelle parole ti hanno toccato e non te la sei sentita, hai fatto quello che il cuore ti ha dettato, stai tranquilla.

Mi guardava per essere certa di aver capito bene, poi vedendomi sereno, si tranquillizzò.

Quattro occhi mi scrutavano, erano in attesa, lo sentivo anche se non li vedevo, ecco perché lei non si era fatta vedere, aveva un piano, e l’aveva portato a termine.

Lentamente mi avviai verso il pozzo, Richard prese una bottiglia di gin e dei bicchieri, scesi e trovai la lettera, risalii e stavano li in attesa, poi:

- Richard, andiamo è tardi!

E fece per alzarsi, la fermai:

- Se ve ne andate, strapperò la lettera.

Ero sincero, l’avrei fatto:

- Perché?

Disse Anna meravigliata.

- Perché con voi io non ho segreti.

Si bloccarono!

Dopo averla aperta, iniziai a leggerla:

“Caro Rino, se stai leggendo la lettera, ringrazia Anna da parte mia, perché so per certo che lo farai con loro. So che sono l’ultima persona che avresti voluto vedere stasera, ed è per questo che mi ero nascosta, sono uscita solo quando stavi per andare via da mio padre.

Volevo parlarti, spiegare, ed è per questo che sono venuto prima a casa tua”

Diavolo!

 A quel punto Anna diede un piccolo urlo.

-Per la miseria.

Era Richard

“non c’eri, ma ho conosciuto la tua compagna, così mi ha detto, mi ha chiesto chi ero ed io una tua conoscente inglese e prima di andare al ristorante voleva salutarti”

Ecco il mal di testa di Iris:

“Sono stata incauta, lo so, ma non l’ho fatto apposta! Le ultime notizie che avevo e che ti eri trasferito in città in attesa dei lavori del tuo ristorante. A quel punto, stavo per andare via e tornare a Napoli, ma poi mentre stavo sull’autostrada, avendo terminato le lacrime, ho deciso di tornare indietro, era troppo forte il desiderio di vederti, eri così vicino, anche per un solo momento.

E quel momento mi è bastato!

Sono stata una stupida, quando ti ho visto stavo per sentirmi male, mi sono dovuta appoggiare per non cadere, per quanto ti possa sembrare impossibile, ho pensato sempre a te, e solo stasera ho rivisto mia zia, dopo quel maledetto giorno!

Mio padre sa tutto, e non perché me l’abbia chiesto, ma perché sono stata io a confessargli di aver sbagliato, per una stupida battuta di mia zia e me ne sono pentita pochi secondi dopo.

Non so se questo è Amore, ma so che non ti dimenticherò per tutta la vita, perdonami se puoi!

Tua Helen”

Ero ammutolito e preoccupato, avevo la lettera tra le mani, e non sapevo cosa dire o fare, inutile dire che quelle parole mi sembravano sincere, ma l’accenno a Iris, mi preoccupava, cosa mi sarei dovuto aspettare?

Anna sembrava leggere nei miei pensieri, quando la guardai capii che entrambi non si sarebbero aspettati una lettera diversa, ma ora erano preoccupati per me, dovevo dire qualcosa:

- Andiamo a casa che è tardi, domani ci penseremo.

Tornai a casa e non mi meravigliai di trovare il divano pronto per accogliermi, l’aveva preparato come quando qualche volta avevamo litigato, quel gesto non verbale significava che era arrabbiata con me.

Altre volte, poche per fortuna, avevo accettato e poi fatta la pace, ma questa volta no, non mi stava bene, ero certo che era sveglia, anche se non la sentivo, andai nella stanza da letto:

- Iris lo so che non stai dormendo, rispondimi.

Si girò di scatto:

- Cosa vuoi, a quest’ora?

Era più che arrabbiata:

- Io non voglio nulla, vorrei solo chiarirti che…

- Non c’è bisogno, l’ho vista, appena aperta la porta era come me l’avevi descritta, già sapevo chi era prima che me lo dicesse.

Aveva tanta rabbia:

- Ma non è come pensi tu, è stata una sua idea venire a casa, non sapeva…

- Certo che non sapeva, ma chi mi dice che tu non l’hai sentita altre volte, quale donna sana di mente si sarebbe presentata da una persona che aveva avuto solo danni con un’aria sbarazzina e vestita di tutto punto con un abito molto bello, solo per salutare?

L’aveva squadrata e quindi si era fatta un’idea errata, ma non aveva tutti i torti:

- Non lo so, ma quello che voglio dire e mi devi credere e che io non la sentivo da allora, è stata una sua iniziativa.

Mi guardò lanciando fiamme:

- Non ti credo, e ora buonanotte.

No, non doveva andare così.

- Ascoltami io ti amo e tu lo sai che le altre per me non esistono.

- Non ti credo, è stata tutta la sera al locale, con te.

- Non l’ho vista se non all’entrata e dopo non più.

- Non ti credo.

Oramai era in disco rotto:

- Mi devi credere perché te lo dico io.

Si alzò e si mise in mezzo al letto:

- No, non ti credo, come non credo che a breve aprirai il ristorante, che vedrai andrà tutto bene, che ristruttureremo la casa, sono otto mesi che stai raschiando sui soldi che avevi messo da parte, ma ti rendi conto, che allo stato attuale, abbiamo solo delle mura che non servono?

Stava prendendo una brutta piega, ma non dovevo mollare:

- Come, non servono? Sarà il nostro futuro, quello che desideriamo.

E lei:

- Quello che desideri tu, non io!

Ma che sta dicendo?

Cercavo di giustificarla, spesso quando si è arrabbiati si dicono cose che non si vorrebbero dire:

- Ma come amore ne abbiamo parlato per tanto tempo.

- Si, ne abbiamo parlato, ma forse è troppo tempo che aspettiamo.

- Ma ci vuole il tempo.

Sempre più energica:

- Non c’è una programmazione, non hai nulla se non l’aiuto gratis che dai ai tuoi amici.

Che c’entra, adesso!

- Si gratis, ti rendi conto che non hai un qualcosa su cui basarti, i soldi prima o poi termineranno e poi?

Ma che cavolo stava dicendo? Cosa era capitato?

Questa non e lei!

- Stai scantonando!

- No, sono realista e stufa!

- Con questo che vorresti dire?

- Quello che ho detto, ora ho sonno vai a dormire sul divano.

No, che non ci vado, devo capire.

- No, dobbiamo parlare e chiarire.

-Io ho già chiaro tutto, tu no!

Così facendo, si girò dall’altra parte e spense la luce.

- Che vuol dire questo?

- Che puoi andare dove vuoi, ritorna quando avrai chiare le cose in testa e concrete.

- Cioè mi stai mettendo fuori casa?

Mi aspettavo che dicesse qualcosa, che mi desse un appiglio, che stavo sbagliando, invece:

-Si!

Questo era troppo, non dissi più nulla, mi alzai dal letto, e me ne andai.

Ma come è possibile? Ma è capitato veramente?

No, non ci credo, i nostri sogni, sono solo i miei sogni!

Camminavo e sbandavo per strada, mi sedetti su un marciapiede, la testa tra le mani, e le sue parole nella testa mi stonavano, poche ore fa, c’era uno scenario idilliaco, e adesso?

Sbattuto fuori casa!

 

Fine quindicesimo capitolo

Pubblicato Mercoledi 11 Ottobre 2017 - 20:06 (letto 69 volte)
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