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Terzo Romanzo di Araldo Gennaro

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"Vita reale” 

 

Diciottesimo capitolo 13 ottobre 2017 



Diciottesimo capitolo

Fu bellissimo e stancante, chiesi e ottenni di rimettermi a letto, mi raggiunse Anna:

- Allora, come va?

- Stanco.

- Ti devo dire una cosa, ma non ti farò piacere.

- Dilla, sono pronto a tutto.

- Iris

Ero attentissimo:

- Aveva progettato tutto, già tre mesi fa, aveva chiesto ed ottenuto, un permesso per aspettativa, per andare ad insegnare in una università a Parigi.

Cosa?

- Come?

- Si, ho saputo queste notizie dalla segretaria della scuola, e il giorno prima della tua litigata con lei, aveva avuto il nulla osta da parte del Ministero. Spesso la segretaria l’aveva trovata a parlare tramite skype con il Rettore dell’Università di Parigi, alla sua vista interrompeva bruscamente la comunicazione.

Ecco, perché, ma perché non dirlo! Anna leggeva i miei pensieri:

- Forse non te l’ha detto, perché voleva incolparti della sua andata via, e fino ad oggi c’era riuscita, ma ora, guardati dentro e nel futuro, purtroppo non sempre quello che oro, luccica.

Anna aveva ragione, le era costato tanto, la volevo bene anche per questo, era generosa con le persone e aveva cercato di capire al posto mio, perché era capitato e c’era riuscita.

- Allora?

Era Richard:

- Non fare il geloso, ora le do il bacino della buonanotte davanti a te, testone.

E così feci, Anna sorrise e andò di la.

Stavo nel mio lettino, perché avevano deciso di non lasciarmi da solo, loro nel lettone, ed è stato meglio, avevo troppi ricordi! Non ci potevo credere aveva architettato tutto e poi alla fine un colpo da teatro.

Mai, mai, si finisce di conoscere le persone fino in fondo!

Ero distrutto, dentro!

La mattina dopo mi svegliai all’alba, era l’ora migliore per stare sereni e godere della prima luce del mattino, scesi nel giardino, che Francesco teneva pulito, aveva messo anche due panchine, il cancelletto non era mai chiuso, l’avevo fatto apposta, chiunque stanco poteva riposarsi, le forze lentamente stavano ritornando.

E ora?

Cosa farò?

I miei progetti con lei, il pensiero di formare una famiglia, un’altra volta sfumati, svaniti nell’aria.

Ero così assorto che non mi accorsi del medico che mi stava guardando al di la del cancelletto:

- Avete proprio deciso di suicidarvi?

Lo guardai, interdetto:

- Perché?

- Venite che vi visito, dovete capire che per un certo periodo siete come un ampolla di cristallo, ma quello sottile, che basta poco per distruggersi, e voi lo state facendo.

Salimmo sopra, Anna era già all’opera, la stanza era areata e mi inizio a visitare, alla fine non aveva una bella faccia, tornammo in cucina, io con qualche affanno:

- Sarò franco, non vi vedo molto bene, si avete avuto una miglioria, ma dalla visita e da quei pochi esami che ho potuto fare qui, il quadro non è esaltante, avete bisogno di tranquillità e forse di un ricovero

Anna:

- Dica tutta la verità dottore, ci state nascondendo qualcosa.

Era stupito:

- Si, l’ossigenazione dell’organismo è al minimo, e questo mi preoccupa molto, vuol dire che il midollo spinale ancora non si è ripreso, quindi vorrei portarvi con me in ospedale.

- Quando?

Era Richard:

- Adesso!

Tutti mi guardavano, la decisione spettava a me, si vedeva che loro non erano d’accordo. Dovevo riprendermi, dovevo trovare la forza di andare avanti, ma lo volevo?

- Vengo con voi!

Finalmente rasserenato:

- Saggia decisione!

Anna raccolse quelle poche cose che mi potevano servire, le lasciai il mio libretto d’assegni firmato in bianco e il resoconto della banca per pagare i lavori del mio ristorante, non voleva prendersi questa responsabilità, ma la convinsi, dissi a Richard di portare Dan al locale per verificare se in cucina era tutto in ordine e fare un inventario di quello che c’era e quello che invece serviva, accettò con riluttanza per farmi stare tranquillo, salutammo e partimmo.

Inutile dire che furono avvisati tutti, che non ero più al borgo, ma in ospedale, Helen chiamò immediatamente e fu messa al corrente del perché, così fu anche per gli altri, il medico sottovoce prima di partire aveva pregato Anna di avvertire che c’era bisogno di un periodo di non affaticamento, avrebbe dato lui notizie e gli altri le avrebbero avute tramite loro.

Chiuse casa, e andarono al locale, in viaggio parlai molto poco, aveva ragione il medico, lentamente iniziavo a perdere le forze, arrivammo ad Ostia che mi ero addormentato, mi misero in una stanza a pagamento, era stata disposta dal Console che aveva chiamato appena saputa la notizia, in poco tempo la stanza si riempì di monitor e diversi sensori furono applicati sul corpo, ero meravigliato, allora ero grave, il medico venne più volte, per farmi prelievi e verificare il monitoraggio, come se mi avesse letto nel pensiero:

- No, non state morendo, ma li al borgo non avrei potuto monitorare come si deve, aspettiamo i risultati e poi si decide la terapia.

Lo ringraziai e il pensiero andava spesso ad Iris, perché mi aveva fatto questo?

Tre mesi prima!

Mi sentivo ferito nel corpo e nell’anima!

Spesso facevamo l’amore, allora era tutta una finzione la sua, ma come è possibile stare con una persona e pensare ad un’altra, domande senza risposta, dovevo calmarmi, ogni volta che mi agitavo i monitori gracchiavano e veniva un infermiere o un medico allertato.

Mi fu vietato l’uso del cellulare, solo due volte al giorno, accompagnato su una sedia a rotelle, mi portavano fuori a prendere un poco d’aria.

Il medico mi riportava spesso il saluto dei miei amici, e del Console, erano dieci giorni che stavo rinchiuso, stavo quasi perdendo la speranza di uscire, i valori erano ballerini, e quindi non si stabilizzavano, poi:

- Oggi le porto una bella notizia.

Disse quel giorno il medico, divenni attento, scuotendomi dall’apatia che mi stava assorbendo completamente:

- Mi dica?

- Dopo un consulto, anche via internet con un ematologo inglese, vorremmo proporle di trasferirsi nella sua clinica, a Bristol, per completare il quadro clinico, l’offerta è venuta direttamente da lui, non avrete spese per il soggiorno in clinica , ne per gli esami, a vostro carico sarà solo il viaggio di andata e ritorno, che ne pensate?

A Bristol, io, e perché?

- Cosa cambierebbe?

Era preparato a questa domanda:

- E’ un Centro di eccellenza di ematologia, e studiano in particolare la talassemia, sarebbe per loro importante monitorare il vostro stato, per darvi un’opportuna terapia, ma se non volete, rispondo di no.

- Quanto tempo ho per decidere?

- Stasera!

Chiesi e ottenni di riavere il cellulare, la prima persona che chiamai, fu mia madre che era stata messa al corrente del mio stato di salute, e stava in contatto con Anna, fu molto contenta di sentirmi, meno quando seppe che mi volevano trasferire in Inghilterra, le dissi di stare tranquilla e che presto tutto sarà finito.

Chiamai Anna, non ci credeva che poteva parlare con me, stava insieme a Richard e Dan, sul ristorante,  il mio! Mi disse che Helen chiamava tutti i giorni, per avere notizie.

Fui contento!

Mi misero al corrente che i lavori erano terminati al locale e saldati, la casa in ristrutturazione in mancanza di ordini erano stati sospesi i lavori e saldati quelli effettuati, e non vedevano l’ora di riavermi a casa.

Si gelarono quando comunicai che ero in partenza per l’Inghilterra, chiesi di avvertire pure Padre Alfonso e si tranquillizzarono quando seppero che era per una sola settimana e ci demmo l’appuntamento per il lunedì prossimo, per stabilire la data di inaugurazione del locale.

Si sarebbe chiamato “Al Castagno”

Chiamai il medico e dissi che ero pronto a partire, fu contento.

L’ultima telefonata fu per il Console:

- Pronto.

- Volevo ringraziarla, per la stanza, mi hanno detto che aveva dato disposizioni e loro hanno eseguito.

Sorrise:

- Mio caro “genero” non potevo smentirmi.

Risi anch’io:

- E’ vero, mio caro “suocero”!

- Come ti senti?

- Non particolarmente in forma, mi sto arrugginendo, ma per completare l’opera mi trasferiscono a Bristol.

Silenzio:

- Come a Bristol?

Era Helen:

- Ciao Helen, ti avrei chiamato subito dopo.

- Non tergiversare, perché?

La sentivo arrabbiata e contenta, ma nessuna delle due prevalevano:

- Perché c’è un medico che vuole studiare il  mio caso da vicino, un marito che per aiutare la moglie, cade ammalato.

Silenzio:

- cattivo, cattivo, e io vengo con te.

Stavolta ero io stupito:

- Come vieni con me?

- La moglie segue il marito, sempre, o no?

- Ma io e te.

Sorridendo:

- Siamo marito e moglie! Quando dobbiamo andare?

- ma io non ho risposto.

- Silenzio assenso.

- Domani mattina.

- Bene, tu non fare nulla, prenoto io e ti vengo a prendere.

- Si moglie mia.

Sorridendo:

- Ecco, così va meglio. A domani.

E così fu, la mattina mi venne a prendere, avvertii gli amici che veniva pure Helen, mi sembrarono più tranquilli, durante il viaggio per l’aeroporto, ci tenemmo per mano, senza dire una parola, stavamo sull’auto del Corpo Diplomatico.

Arrivati in aeroporto, e sparita l’auto, ci abbracciammo:

- Mi sei mancato.

- Anche tu.

E ci baciammo.

Eravamo imbarazzati e felici, ci guardammo negli occhi, poi lei:

- Sei sicuro?

Fui sincero:

- No!

Mi mise il broncio:

- Cerca di capirmi, sto bene con te, ma sono capitate tante cose che mi hanno scombussolato, ma non vedevo l’ora di baciarti, ed è la verità.

Si illuminò:

- Allora?

- Mi è piaciuto e a te?

Fece finta di non sentire, poi mi riabbracciò e ci demmo un altro bacio:

- Sto facendo pratica, ma mi piace.

- Schiocchina! Andiamo.

Il viaggio fu gradevole, ero stanco, mi addormentai con la mano nella mano e sul grembo di Helen, sentivo la sua mano tra i capelli, quando arrivammo, dopo i bagagli uscimmo e trovammo sua zia e Mister Smith, ero meravigliato:

- Ciao, meravigliato?

Era lei che mi stava salutando con un abbraccio.

- Non più di tanto, l’ultima volta che vi ho visto eravate in una sala d’aspetto di ospedale e stavate piangendo per Helen.

Fu lei, che rimase a bocca aperta:

- Ma tu…

- Vi sono passato accanto mentre fuggivo dall’ospedale.

Non si trattenne:

- Sei stato tu, allora!

- Si

Non ci poteva credere, andammo al bar dell’aeroporto e le raccontai tutto, Helen, non le aveva detto nulla, alla fine:

- Quindi nipotina non mi hai nemmeno invitata al tuo matrimonio.

E rideva:

- Non sapevo nemmeno io che mi ero sposata, forse non l’avrei fatto, sai un lavapiatti.

E si era tolta il sassolino dalla scarpa.

Ridemmo, e facemmo pace tutti!

Mi accompagnarono alla Clinica, ero atteso, e mi portarono in camera, Helen mi disse che stava in una villetta degli zii sopra la collina, aveva l’auto, quindi per qualsiasi cosa potevo chiamare, mi stampò un bacio sulla fronte e usci.

Mister Smith, si avvicinò:

- Mi dispiace che stai qui per questa ragione, ma una passeggiata a Plymouth la farai?

Lo guardai , voleva scusarsi della sua battuta infelice:

- Certo!

Se ne andò contento.

I  giorni passarono velocemente, il professore era simpatico, il venerdì mi comunicò che tutto era a posto, mi diede una terapia e mi disse di osservarla scrupolosamente, l’indomani sarei stato libero di andarmene.

Effettivamente le cure mi avevano fatto bene, mi sentivo in forze, l’unico cruccio era Iris, ancora non mi capacitavo, ma non dovevo più pensarci, era storia passata!

Chiamai Helen e misi sul gruppo il messaggio che per lunedì sarei stato a casa.

- pronto

- Si dimmi Helen.

- Domani te la senti di arrivare a Plymouth, mia zia ci ha invitato a pranzo.

Perche no?

- Si

Era contenta:

- Bene, ti vengo a prendere alle 7.00, per le 11.00 saremo li.

- Bene.

Ci avevo pensato molto durante la settimana, e feci l’unica cosa che intendevo fare, chiamai l’aeroporto di Bristol e prenotai l’aereo per le 24.00 per Napoli. Mi misi alla scrivania e scrissi una lettera per Helen:

“Quando leggerai questa lettera io sarò già a casa, non ti arrabbiare, ma vedi in questa settimana che abbiamo passato insieme tante cose mi sono state più chiare, ad iniziare dal nostro rapporto, Sii sincera, ci siamo dati solo un bacio da quando ci siamo conosciuti e ne tu hai sentito le farfalline nello stomaco, ne io il suono delle campane. Abbiamo parlato di tutto, dell’islamismo, della tua carriera, di quella di tuo padre, dei tuoi amici di Londra, della tua passione per la barca a vela a Plymouth, ma entrambi abbiamo evitato accuratamente di parlare di noi. Il tuo sentimento verso di me non è amore, ci vogliamo bene è vero, ma hai un falso pensiero che ti ha condizionato, “mi ha salvato la vita”, no, Helen mi sono trovato al momento giusto nel posto giusto, e ho pregato che ti salvassi. Vedi, e termino, dopo la storia con Iris ho capito una cosa, che Amore è follia ma non per un momento ma per la vita. Tu meriti di più e quel di più, non sono io. Un bacio sulla fronte. Rino”

Poi mandai un messaggio alla sorella del Console:

“Vi ringrazio per l’invito, ma non ci sarò, lo faccio per Helen. Siamo due mondi diversi, lei merita di più, non voglio che lei sia condizionata per quello che le è accaduto, e per la mia salute. Voi che a quanto ho visto, avete di certo fatto da vice mamma per lei, fatele capire domani, quando arriverà e vi leggera una lettera che adesso ho finito di scrivere, che c’è voluto più coraggio ad andar via che venire con lei a Plymouth. Sarete sempre nel mio cuore, tutti voi. Grazie di tutto, Rino”

Poi al Console:

“La ringrazio per tutto l’aiuto che mi avete dato, domani ero stato invitato da vostra sorella a pranzo con Helen, ma non ci sarò! In questa settimana ho capito che il suo sentimento per me era di gratitudine, ma non altro. Ci vogliamo bene, ma non è quello che lei pensa. Le ho scritto una lettera, ma non potevo non avvertirvi, come ho fatto con vostra sorella. Lei merita di più e quel di più non sono io. Vi aspetterò con piacere all’inaugurazione del mio locale, e sarà mia cura avvertirvi per tempo. Grazie. Rino”

Chiamai il tassi, il professore l’avevo già salutato in serata, e mi recai all’aeroporto, prima di partire mandai un messaggio solo ad Anna:

“Preparami la colazione, ci vediamo al locale alle sette, domani mattina. Un abbraccio”

E presi l’aereo, ero contento della mia decisione, Helen di sicuro domani sarà imbestialita dopo aver letto la lettera, ma due ore e mezzo di treno la faranno riflettere, spero!

 No, non potevo sbagliare un’altra volta, non me lo posso permettere, era ancora sanguinante la ferita per Iris, poi avevo un sogno, il mio sogno da portare a termine, e solo il Signore sa se ci riuscirò!

Tre ore volarono, scesi dall’aereo e trovai tre messaggi.

- il primo era del Console

“Sei stato coraggioso, hai mandato il messaggio perché io aiutassi mia figlia a capire la tua azione. Lo farò, stanne certo. Mi dispiace solo che non sarò più tuo suocero, ma un tuo commensale. Un abbraccio”

- il secondo della zia di Helen:

“Grazie, non esistono uomini come te! L’accoglierò e se il caso le farò leggere quello che hai scritto. Un abbraccio, saremo sempre a tua disposizione”

- il terzo di Anna

“Sono già in cucina, ben tornato!”

Chiamai un tassi e mi feci portare a casa, al borgo.

Che strana sensazione, mi sentivo in pace con tutti, quello che avevo passato mi aveva insegnato ad essere più cauto e a guardare meglio dentro, ne ero certo il futuro sarà migliore.

Alle sette precise arrivai al locale, c’era il camino acceso, entrai e una piccola peste, mi venne di corsa in braccio:

- Ciao zio Rino

Era Giorgia, com’era diventata grande, andai in cucina ed eccoli li, stavano baciandosi:

- Ma allora?

Ridemmo tutti e tre, diventarono rosso pomodoro, e la bimba saltellava prima dal padre e poi dalla madre, ci abbracciammo:

- Ti vedo abbronzato.

Era Richard:

- Si, testone ho fatto tante lampade.

- No, è invecchiato.

Rincorsi Anna per la cucina con Giorgia dietro, l’agguantai:

- Come?

Sorridendo:

- Sei più giovane.

- Ah ecco!

Facemmo colazione vicino al camino, raccontai tutto di me e di Helen:

- Hai fatto bene, l’hai salvata un’altra volta.

Era la saggia Anna

- Ma lei non capirà.

- Capirà, capirà.

In quel momento mi arrivò un messaggio, lo lessi e poi lo feci vedere agli altri:

“Bastardo!”

Altro che “capirà” ci vorrà del tempo!

Fine diciottesimo capitolo 

Pubblicato Venerdi 13 Ottobre 2017 - 08:19 (letto 57 volte)
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