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Araldo Gennaro - "Il coraggio e la paura"

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Terza parte - 11 dicembre 2017



 

Il coraggio e la paura - terza parte - 11 dicembre 2017

caparco.g@tiscali.it

- Ecco a voi il mio aiuto chef, Dino.

Mi guardavo e grande era lo stupore nel vedere che ero così giovane, mi fecero le congratulazioni

- Siamo fortunati, abbiamo saputo che oggi avete iniziato a lavorare qui.

Chi aveva parlato era una persona sui cinquanta anni, era con altri quattro persone due donne e due uomini, una delle due donne era una ragazza, che mi guardava in modo curioso, era molto bella, aveva i capelli corti alla maschietto, neri come la pece, e due occhi chiarissimi, vedevo che voleva chiedere qualcosa, ma dovevo rispondere al signore

- La ringrazio, ma il merito è condiviso, poi da oggi sono in prova, poi si vedrà.

- Le piace la nostra città?

Era la ragazza

- Non ho avuto il tempo di vederla tutta, ma quello che ho visto fin ad ora, mi è piaciuta, si.

Capì che la mia risposta non era solo per la città e arrossi.

- Ora se non vi dispiace, mi ritiro, grazie per i complimenti.

Sempre il signore

- Ho avuto il piacere di avere mia figlia e mia moglie con me oggi, sono il Sindaco della città.

Lo guardai

- E’ stato un onore, alla prossima.

E andai in cucina, si mi aveva colpito quella ragazza, non ho mai creduto ai colpi di fulmine, ma mi sentivo sotto esame e la cosa non mi piaceva, continuai nella pulizia per le ultime cose che stava portando Marta

- Bravo, sei stato bravo.

Era la prima volta che parlava con me

- Grazie, ma è solo fortuna.

Era sorpresa

- No, lo so, non è fortuna, hai il dono, ho sentito sai i discorsi delle persone di la, tutte erano sorpresi, qui sono abitudinari, ma oggi hai portato qualcosa di nuovo, pure nonna ha detto lo stesso. Poi non ti dico, Rosa, mangiava con gusto.

- Chi è Rosa?

Ero sincero

- Quella, si proprio quella, la figlia del sindaco, smorfiosa.

E se ne andò piccata.

Ecco come si chiamava, bene. Venne Rodolfo, guardò la cucina in ordine

- Ma quando…

- Nei ritagli, sono abituato così.

Era soddisfatto, mi diede l’incasso da portare alla Signora, dille che ho trattenuto i soldi della spesa, questa è la ricevuta di stamattina e dopo una mezzora chiudemmo il locale, salii sopra con la busta chiusa dell’incasso e trovai Maria nel salone a vedere la televisione, appena mi vide la spense

- Allora, sei soddisfatto?

Le diedi la busta, e presi una poltroncina e mi sedetti

- Certo!

- Sai ho visto tutto

Mi sorpresi, poi mi ricordai i monitor, me l’ero completamente dimenticati

- Fai tutto con passione, amore e testardaggine, mi sono tanto divertita quando ti ha sfidato a fare la pasta e tu niente, non hai risposto, e poi quando ti ha dato l’ordine di farla, senza dire una parola ti sei messo all’opera, è stato meglio che vedere una partita.

Stavo ridendo senza nessun freno, e anche lei fece lo stesso.

- Ma chi te l’ha insegnato?

- Mia nonna, tanti anni fa.

Contenta della mia risposta, aprì la busta, li contò erano 1750 euro, prese 250 euro

- Questi sono per te.

Li guardavo, erano tanti soldi, ma non potevo accettarli, avevo solo fatto una giornata, poi mi ospitava, non era il caso,

- No, non posso accettare.

Teneva quei soldi in mano, e sorrideva

- So da mia sorella che non hai soldi, questo è solo un acconto, se continui così ce ne saranno altri, accettali, non è un regalo è solo un anticipo.

In questo aveva ragione, ma presi solo 100 euro e restituii gli altri

- Questi mi bastano, non ho grandi esigenze, poi oggi è andata bene, poi non lo so.

- Andrà bene, non ti preoccupare, ti ammiro avresti potuto avere altri soldi, ma se hai deciso così, va bene, ora accompagnami di la nella stanza da letto che devo trascrivere quello che avete speso e posare i contanti, domani viene il direttore della banca e vieni a prendersi la settimana degli incassi.

La lasciai nella stanza da letto, poi uscii e sentii che stava parlando con la sorella “Matilde ora ti racconto…”, chiusi la porta e mi misi vicino al camino, finalmente il sonno mi prese e mi addormentai sul divano.

Il giorno successivo, mi ritrovai con una coperta che Maria mi aveva messo addosso per non svegliarmi e i soldi che mi aveva dato sul tavolino vicino.

Passarono quattro settimane, tranne qualche screzio in cucina fisiologico tra me e Rodolfo, e più di un battibecco con Marta,  tutto andava bene, la mattina andavamo a fare la spesa, una volta a settimana parlavo con la Madre Superiora e le raccontavo i progressi, anche se ero convinto che Maria avesse già riferito tutto.

Nella quarta settimana, dopo una forte nevicata, Maria mi prestò la sua auto per fare la spesa, e Rodolfo mi disse di andare da solo con la nota delle spese da fare, oramai mi sapevo muovere per la città, avevo i miei punti di riferimento.

Parcheggiai l’auto poco distante e mi stavo recando al mercato coperto, avevo le mani ghiacciate, mi servivano dei guanti, c’era una grande merceria di lato all’ingresso del mercato, entrai, mi tolsi i cappuccio della giacca a vento

- Buongiorno

Dissi con un filo di voce, non mi usciva più di tanto, avevo la gola secca dal freddo.

Nessuno rispondeva, non è mia abitudine rimanere in un posto se non ci sono i proprietari, stavo per uscire, poi sentii un rumore proveniva dalla fine del negozio, mi avviai, era molto grande, aveva una forma rettangolare, vidi in fondo una luce dietro ad una porta, mi guardavo intorno non c’era nessuno, sentii mugolare, da una porta laterale prima della luce, l’aprii c’erano due persone un uomo e una donna, legati, avevano gli occhi fuori dalle orbite, la donna mi fece segno con gli occhi verso la porta da dove veniva la luce, era solo accostata, con calma cercai di aprirla sperando in Dio che non facesse rumore, lo vidi, c’era una persona che stava rovistando dentro ad una scrivania, di lato teneva una borsa dove metteva dei soldi dentro, feci un passo indietro, di nuovo allo sgabuzzino, guardai se ci fosse qualcosa, una mazza, un bastone che mi potesse essere d’aiuto, la vidi c’era una stecca da biliardo, la presi, la imbracciai dal lato più pesante, e entrai di corsa nella stanza

- Fermati!

L’uomo si girò, aveva un fazzoletto sulla bocca, con la stecca mi infilai tra le sue gambe e con forza la tirai su, sui gioielli di famiglia, diede un urlo, puntai la stecca sulla scrivania e lo feci sbilanciare sulle gambe, lasciò la presa della borsa ma ebbe il tempo di lanciarmi un posacenere di cristallo che mi beccò sulla fronte all’altezza dell’occhio sinistro, sentii il sangue che scendeva, cadde a terra, nonostante il dolore, si rialzò immediatamente, giusto in tempo per ricevere il colpo in testa con la stecca al contrario, stramazzò a terra svenuto, staccai un filo della tenda della finestra, e lo legai mani e piedi, poi nello sgabuzzino a liberare quei due che erano quasi svenuti dalla paura.

Riuscii a liberarli, ma non sentivo nulla di quello che mi stavano dicendo, vedevo solo la loro bocca che si muoveva, e poi il sangue che scendeva copioso sul mio viso, feci qualche passo verso l’esterno e caddi svenuto.

Era tutto nebuloso, non riuscivo a vedere, c’era qualcuno con una giubba rossa che mi stava infilando un ago nel braccio, poi, mi sembra di aver sentito, “presto, presto all’ospedale” mi sentii sollevato, poi delle cinghie mi bloccarono su qualcosa, e la sirena che iniziava a suonare, e dopo,  il nulla.

Quando mi svegliai, mi ritrovai in una stanza con due letti, avevo il corpo che non si muoveva, le sponde laterali al letto, solo la testa era fasciata, cercai di alzarla, ma era pesante come il piombo, cercai di chiamare, ma non mi usciva la voce, poi finalmente

- Aiuto

Piombò dopo un minuto un uomo con il camice bianco

- Stia fermo!

Fu così perentorio che mi bloccai, prese una piccola torcia e iniziò ad esplorare gli occhi

- Stia tranquillo, siamo in ospedale.

Cosa facevo in ospedale? E il locale? Maria, sarà preoccupata?

- Perché?

Dissi con voce alterata. Mi fece un’iniezione

- Stia tranquillo, le ho fatto un leggero sedativo, ora la slego, ma non tenti di alzarsi, ha una profonda lacerazione sopra l’occhio fino alla fronte, abbiamo dovuto metterle dei punti, se si agita si possono aprire.

Mi calmai, con calma abbassò le sponde laterali, poi mi sciolse le cinghie che mi trattenevano, respiravo finalmente

- Ma io devo andare, il locale, Maria, Rodolfo mi aspettano. Da quando sto qui?

Sorrise

- Abbiamo avvertito tutti, state qui da dodici ore, ora devo avvertire i carabinieri che vi siete svegliato.

I carabinieri? E perché?

Dopo poco venne un maresciallo e un appuntato per verbalizzare l’accaduto, entrò il medico dopo un quarto d’ora pregandoli di non affaticarmi, mi stavano salutando

- Avete fatto un bel lavoro, i proprietari della merceria vi sono grati, se non fosse stato per voi, avrebbe rapinato l’incasso del mese, con un danno notevole, l’uomo in prigione è ricoverato per i colpi ricevuti, il magistrato ha voluto sapere la dinamica ed è per questo che siamo venuti immediatamente.

Li ringraziai, ero stanco, volevo chiudere gli occhi, ma non capivo come avessero potuto avvertire Maria, visto che nessuno mi conosceva, tranne qualcuno.

Poi lo capii.

- Allora, oltre che ai fornelli, giochi anche a biliardo.

Ero girato verso il muro, non avevo sentito entrare nessuno, poi quella voce, mi giro, ed era la ragazza con i capelli corti, con il camice

- Sorpreso?

Certo che ero sorpreso, non sapevo cosa dirle

- Si! Ma con i fornelli forse me la cavo meglio.

Sorrise

- Non direi, il ladro sta ancora sacramentando ha tutto l’apparato genitale grosso come un pallone, chissà chi sarà stato a conciarlo in quel modo?

E ridemmo

- Quando sono stata chiamata al pronto soccorso e ti ho raggiunto, non riuscivo a vedere il tuo viso imbrattato di sangue, poi ho realizzato, perdevi molto sangue, nonostante ti tamponassi in autoambulanza, siamo riusciti alla fine a bloccarlo solo quando abbiamo messo i punti, 14 per l’esattezza.

Per la miseria, 14 punti.

- Ma allora eri tu con la giubba rossa sull’autoambulanza.

- Si, ero io, e ci voleva la forza di un energumeno per farti stare fermo.

La guardai, era bella, questo già l’ho detto, ma ora mi sembrava ancora più bella.

- Grazie Rosa.

Era stupita

- Come fai a sapere il mio nome?

- Marta, me l’ha detto e poi ha aggiunto altro, ma è insignificante.

Pensierosa

- Ah ecco, Marta.

Stava per chiedermi altro che entrarono Rodolfo e Marta

- Allora. Come stai?

Era Rodolfo, mentre Marta e Rosa si stavano lanciando occhiate di fuoco

- Un gran mal di testa, e poi Rosa mi ha detto che mi hanno cucito con 14 punti, mi sa che dovrai fare a meno di me per qualche giorno.

Sorrise

- Non ti preoccupare, ti porto i saluti della Signora, è stata costantemente informata sul tuo stato di salute.

Strano e da chi, pensai.

- Sono stata io ad avvertirla e ad informarla.

 Era Rosa

- Ora scusami devo andare, arrivederci Rodolfo.

E se ne andò. Finalmente anche Marta si avvicinò

- Siamo stati in pensiero, ma vedo che ti stai già riprendendo, poi con le cure di quella la, vedrai sarai in piedi molto presto.

La fissai negli occhi

- Questa è la seconda volta che vi incontrate e fate faville, ma perché?

Non mi rispose, mi salutò e andò via.

- Luigi e Cecilia ti salutano.

- Chi sono?

Rise

- Certo tu non li conosci, stanno anche loro allettati ma a casa propria per la paura, sono i proprietari della merceria, per loro e per noi tutti sei un eroe.

Preoccupato

- Stanno bene?

- Si, ma ancora non si sono ripresi dallo spavento.

- Salutameli, quando li vedi, e poi non sono un eroe.

- Bene, lasciamo perdere, ora vado c’è la spesa da fare, ci vediamo, hai bisogno di qualcosa?

Era sincero

- No, grazie, qui c’è tutto e spero presto di andarmene, salutami la Signora Maria.

- Lo farò, ciao.

Nei giorni successivi Rosa venne ogni giorno, poi mi dimisero, Suor Matilde mi chiamò sul cellulare per avere notizie, mi portarono finalmente a casa, ero buffo, avevo in testa dopo che me l’avevano rasata a zero, un turbante per la ferita, ma ero in piena ripresa, tanto, che nonostante le proteste di Maria, il sabato volli scendere in cucina, grande fu la sorpresa di Rodolfo e Marta, e mi misi subito al lavoro.

I primi a Rodolfo e i secondi a me.

C’erano tanti bambini, per loro preparai la cotoletta e una montagna di patate sottili e croccanti, mentre per gli adulti preparai le uova alla Bismarck che furono gradite da tutti, mentre stavo pulendo le pentole, venne Marta

- Io e Rosa eravamo molto amiche, fin dalle elementari, ma poi siamo cresciute, lei è andata all’università e si è laureata, io invece ero una sbandata dopo le scuole superiori, ma ci frequentavamo ancora, poi mi innamorai e le tolsi il fidanzato, tu l’hai conosciuto.

- Io, quando?

- Quando stavi in ospedale, il medico che ti ha seguito, e lui, l’uomo con cui convivo da tre anni, da allora siamo diventate nemiche, ma non l’ho fatto apposta, le voglio ancora bene, è capitato, ma lei non mi ha mai perdonato.

Ecco, perché!

- Come mia nonna, che non mi perdona che sono andata a convivere e non mi sono sposata, io le voglio bene, ma lei non passa giorno per rinfacciarmelo.

Era dispiaciuta

- Alle volte si sbaglia senza volerlo, ora capisco tante cose, grazie per avermelo detto.

Sorrise, si sentiva meglio, si era liberata un poco.

Quella sera non ritornai subito sopra, dopo il servizio in trattoria, avevo bisogno di prendere aria, eravamo quasi a metà febbraio, e Maria aveva deciso di farmi rimanere come chef, me l’aveva detto quella mattina, mi aveva anche chiesto di trovare un aiuto in cucina per pulire, non voleva che facessi tutto io, la sua offerta era allettante, lo stipendio era buono, ma non riuscivo ad essere contento. Avevo come un malessere nascosto, mi sentivo solo ed anche il pensiero di lasciarla mi dispiaceva, mi ero affezionato a lei, alla casa, la mia stanza mi bastava, ma dovevo pur guardare avanti, avevo paura.

Ecco cosa avevo, paura, riuscii a dirmelo solo quella sera.

Senza volere mi ritrovai vicino al bar di quel giorno , quando arrivai, ero in dubbio se entrare o meno, avevo questa fasciatura troppo evidente, mi vergognavo di farmi vedere in pubblico, stavo quasi passando oltre, quando da una stradina laterale sento un vociare, erano quasi le due di notte

- Vai via

- Ma cosa ho fatto?

- Vattene

- Non potete fare così, la paga?

- Te la do io la paga.

Arrivai quasi di corsa, un uomo robusto stava strattonando un giovane mingherlino, l’aveva preso per la giacca e lo stava portando verso il muro

- Fermati!

Sentendo il grido, si fermò un attimo stupito, poi vide l’ombra che veniva riflessa da un lampione

- Chi sei?

- Lascialo!

Si girò verso di me, il cappello mi cadde e vide la fasciatura

- Ma tu, tu…

- Lascialo!

Lo lasciò e scappo dentro sbattendo la porta, il ragazzo, poteva avere sui diciotto anni, si lasciò andare per terra piangendo, lo aiutai ad alzarsi, poi cercai di coprirlo con la giacca al vento, tremava

- Quel bastardo, non mi ha nemmeno pagato.

- Stai sereno, non c’è più.

Entrammo nel bar, c’era poca gente, lo feci sedere ad un tavolino e andai al bancone

- Salve

Poi vide la fasciatura

- Eravate voi allora, ditemi.

Sorpreso e contento di servirmi

- Una camomilla e un caffè

- Subito, ve la porto io al tavolo.

Tornai al tavolo, il caldo aveva fatto il suo effetto, lo guardai meglio era un asiatico

- Come ti senti, come ti chiami?

Non guardava me, ma la mia fasciatura, quella che aveva fatto scappare il suo ex padrone

- Si, mi hanno ferito, ma passerà.

Sorpreso

- Ora ho capito siete quello che ha fatto arrestare quel ladro, ecco perché vi ha riconosciuto, spesso veniva da noi quel farabutto, dava fastidio alle ragazze e anche il padrone aveva paura di lui.

Arrivò il barista e prendemmo con calma quelle bevande calde, si rianimò

- Grazie, se non fosse stato per voi, anch’io sarei stato conciato così.

- Ma che è successo?

Non voleva parlarne, lo vedevo, poi

- Mi chiamo Chan, sono un lavapiatti, diceva che ero lento, ma si può cucinare nelle pentole sporche, glielo ho detto e mi ha sbattuto fuori senza pagarmi la giornata.

Un lavapiatti, interessante, aveva ripreso colorito

- Fa male?

- Un poco, ma passerà, che ne dici di venire a lavorare per me.

Era stupito

- Come, dove, quando?

- Domani alle 16.00 alla locanda dell’Ocarina.

Era sempre più sorpreso

- Ma voi non sapete nulla di me.

Sorridevo

- Ti tengo in prova e le pentole mi faranno capire quello che sai fare.

Sorrise

- Accetto.

- Ma ancora non ti ho detto quanto ti darò.

 

- Accetto

Pubblicato Lunedi 11 Dicembre 2017 - 19:54 (letto 79 volte)
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