Terzo Romanzo di Araldo Gennaro


"Vita reale” 

 

Diciassettesimo  capitolo 12 ottobre 2017 



Diciassettesimo capitolo

Mi guardai intorno, non vedevo nessuno, cercai di alzarmi, non ci riuscivo, poi finalmente trovai un equilibrio, guardai fuori alla stanza, nessuno, vidi una sedia a rotelle, piano mi avvicinai, mi sedetti e mi fiondai verso l’ascensore, sperando che nessuno mi vedesse, per fortuna fu così, entrai non sapendo a quale piano mi trovavo, pigiai meno tre.

Si mise in moto chiudendo le porte, pochi minuti, e mi trovai nell’autorimessa dell’ospedale, con circospezione usci dall’ascensore, per poi rientrare, non potevo dare indicazioni se non sapevo da dove uscire, pigiai piano 0, si aprirono le porte e mi trovai nel Pronto Soccorso, feci giusto in tempo a memorizzare e ridiscendere che vidi il Console che stava entrando.

Chiusi immediatamente le porte -3, speriamo che Helen stia meglio, non vorrei aver fatto una cavolata, c’erano molte auto ferme, di lato all’ascensore c’era un gabbiotto, provai ad aprire, si apri.

Era un ripostiglio per l’impresa delle pulizie, un fetore di detersivi mi accolse, feci subito l’abitudine, mi rassicurai che il cellulare prendesse, e poi mi misi in attesa.

Iris, ma dov’eri? Dove era andata? Chissà sopra che stava succedendo, poi sentii delle voci, all’uscita dell’ascensore:

- Ma che sta succedendo sopra?

- Non si capisce più nulla, stanno cercando un uomo, il marito di una donna che è ricoverata in codice rosso.

- Ma chi lo cerca?

- Tutti, medici, infermieri, carabinieri.

- E perché?

- Non lo so.

- Ma la ragazza?

- Per fortuna sta meglio, stanotte quando è arrivata con il 118 era quasi morta per dissanguamento, ora dopo le trasfusioni è in netta ripresa, ma ancora incosciente.

- A domani

risposta

- A domani

Grazie Signore!

Qua si complicano le cose, non voglio mettere nei guai i miei amici, guardo nelle tasche e trovo le chiavi dell’auto, decido di risalire, parto con la convinzione che se stanno cercando lo stanno facendo nei reparti e non in pronto soccorso, speriamo!

Arrivo, ed esco dall’ascensore, per fortuna che c’è tanta gente, mentre cerco affannosamente, di spingere la carrozzella con le mani, e di non farmi notare, vedo che un ausiliario arriva:

- Signore ha bisogno di una mano?

La fortuna mi aiuta, alle 8.00 hanno cambiato turno, quindi nessuno mi ha visto prima:

- Si, grazie, mi hanno detto che devo arrivare all’auto con questa, ma non ce la faccio.

- L’aiuto io.

E così fu, passando verso l’uscita, vidi la sorella del console che stava seduta, lei non mi vide, piangeva. Arrivammo al parcheggio, lo ringraziai, volevo dargli qualcosa, ma non volle:

- Dovere signore, buona giornata.

Entrai in auto, non avevo le forze per portarla, mi stesi sui sedili in modo da non farmi vedere, dopo un ora e tre auto della polizia che arrivarono, finalmente squillò il cellulare:

- Dove sei?

Era Richard:

- Passa per il pronto soccorso e scendi, c’è il parcheggio, quando arrivi vicino alla mia auto, fai scendere Anna che la guiderà e usciamo da li subito, mi stanno cercando.

- Va bene, arriviamo.

Squilla il cellulare, era il Console, non rispondo.

Arriva la macchina, mi sposto con fatica, al posto del passeggero, dopo un attimo Anna è alla guida, senza parlare fa retromarcia, mi ha solo guardato e sorriso con gli occhi. Richard si posiziona dietro di me, e le due auto, filano verso l’uscita, siamo sulla strada, da lontano vedo un autogrill:

- Fermati, Anna, non ce la faccio più.

Immediatamente accelera, Richard vede la freccia e accelera anche lui, entriamo e mi aiutano a scendere nell’autogrill, finalmente un poco di caldo, Anna sceglie il posto più lontano dall’entrata, per parcheggiare l’auto, e io e Richard l’aspettiamo in un tavolo più lontano dall’ingresso:

- Ce l’abbiamo fatta!

Era Anna, che si siede vicino a me, e mi riscalda le mani:

- Come stai?

Richard

- Debole, ho bisogno di qualcosa di energetico, mi sento di svenire.

Detto e fatto, Anna prende degli energizzanti, quelli che usano i ciclisti, e riesco a bere, poi ho raccontato tutto.

Alla fine, non riuscivano a crederci, era talmente incredibile, che rimasero senza parole.

Ma non avemmo modo di parlare, entrarono dei carabinieri, avevano l’aria di cercare qualcuno, prima che arrivassero da noi, Richard apri una porta di sicurezza che portava sul retro dell’Autogrill, riprendemmo le auto, e partimmo, solo che questa volta, mi misi dietro e disteso, e mi addormentai.

Mi svegliai con Padre Alfonso, vicino:

- Padre ma allora sto morendo?

Sorrise:

- No figliolo per il momento non ancora , ma quasi.

 Ero nella mia stanza al borgo, mi avevano portato i miei amici, poi mi raccontò, che Anna vedendo attivo il cellulare, dopo avermi messo  a letto, aveva letto un messaggio:

“Chiunque lo legga, sono il Console Inglese, Rino ha bisogno entro le 16.00 di un’iniezione di ……………., ne va la sua vita. Contattare i carabinieri o il sottoscritto.”

Finita la lettura, non sapeva cosa fare,  chiamò il Padre Alfonso raccontando l’accaduto, lui si mise in contatto con l’amico Fabio il capitano dei carabinieri, che prontamente chiamò i colleghi e andò con una pattuglia a Ostia dopo che aveva verificato che il problema c’era ed era grave.

Al ritorno, con lui vennero a casa per farmi l’iniezione.

A questo punto entrò Fabio:

- Ma che ci combini?

Sorrideva:

- Quando sono arrivato in ospedale, i miei superiori volevano sapere dov’eri, risposi che non lo sapevo ma un frate francescano, mi aveva avvisato che aveva ricevuto un messaggio dal Console, che annui essendo presente, e mi aveva allertato. Il medico mi rispose che era necessario fargli quella iniezione entro le 16.00, perché svaniva l’effetto di quella che gli aveva fatto precedentemente, era un concentrato di emoglobina per sopperire alla quantità di sangue che aveva donato.

Senza il richiamo, avrebbe avuto l’effetto contrario, e avrebbe potuto portare il paziente alla morte, ed era per questo che ti stavano cercando dovunque.

Ecco la ragione, lo interruppi:

- Helen?

- Si sta riprendendo ma non ha ripreso ancora conoscenza, si spera nelle prossime otto ore. Il Console mi ha preso da parte e mi ha detto di riferirti che non ha negato che tu eri suo marito.

Mentalmente lo ringraziai!

- Iris?

Dissi rivolto a Padre Alfonso, mi guardò irritato:

- Tutto a suo tempo, stai tranquillo, se te lo dico io.

- Padre sapete qualcosa e non volete dirmelo?

- Tutto a suo tempo, Iris può attendere.

E svenni!

Erano le 20.00, quando mi svegliai, sentivo un profumino allettante, era Anna che si era messa ai fornelli, Richard era andato al locale e lei stava preparandomi qualcosa di buono da mangiare, la chiamai, in un attimo arrivò:

- Come ti senti?

- Molto meglio, ma la bambina?

- Non ti preoccupare sta con Irene, è tutta contenta, le fa fare tutto quello che vuole.

- Padre Alfonso?

- E’ stato qui fino a poco fa, poi doveva andare a dire messa e si è avviato, è stato tutto il tempo con il rosario in mano, ti vuole un gran bene.

- Si, è vero, mi conosce, anzi ci conosce da quando eravamo bambini.

Finalmente rise:

- Eh già, mi ricordo quella volta che andammo insieme a messa, eravamo mano nella mano.

- Stupidona!

Arrossi:

- Eravamo piccoli!

Mi abbracciò:

- Mi farai morire, se continui così!

- Ma non ho fatto nulla, sono stato chiamato e sono andato.

Seria:

- Sei andato, pur sapendo che lei ti aveva causato tanto da farti star male.

- Si

- Perché?

- Per la lettera non me l’aspettavo!

E chiudemmo la cosa, ci mettemmo a tavola, e finalmente mangiai.

Mentre stavamo mangiando, il pensiero di Helen in quel letto quasi morta, mi faceva sentire male, avevo bisogno di avere delle notizie, chiamai il Console:

- Pronto, Rino sei tu?

- Si Console, come sta?

- Tu come stai?

- Come sta?

Silenzio:

- Aspetta che esco dalla stanza, sta meglio, il respiro è regolare, il midollo spinale ha risposto e sta lentamente riprendendo i valori dei globuli rossi da solo, se non fosse stato per quelle trasfusioni non ce l’avrebbe fatto.

Grazie a te!

- Non mi ringraziate, chiunque l’avrebbe fatto!

- Ho i miei dubbi, mettere a repentaglio la propria vita, e dire delle bugie, non è da tutti, caro genero.

Mi fece sorridere:

- Scusatemi ma era l’unico modo per poter stare vicino a lei.

Stavolta fu lui che si mise a ridere:

- Speriamo che nelle prossime quattro ore si risvegli.

- In caso contrario?

- Dovranno fare delle manipolazioni con delle macchine elettriche.

- Speriamo di no, fatemi sapere.

- Non ti preoccupare, a presto.

Stranamente mi cadde la forchetta dalle mani, feci giusto in tempo ad alzarmi e andare sul letto, che svenni di nuovo.

Anna richiamò subito il Console:

- Dimmi Rino?

- Console sono Anna.

Preoccupato:

- Che è successo?

- Rino è svenuto dopo la telefonata, mi passate il medico .

- Subito.

Dopo poco:

- Il paziente sviene una continuazione, ha dormito quattro ore, ora stavamo mangiando e di nuovo è svenuto, è normale?

Silenzio:

- No, che non è normale, le do il mio numero, se entro due ore non si sveglia, mi chiami.

Dettò il numero 331 52…….. e riattaccò!

Passarono due ore, Anna aveva avvertito Padre Alfonso che temendo il peggio, portò l’olio santo, Richard, finito il servizio, sali al borgo, con Irma, Angela e Andrea. Dopo altri trenta minuti, Padre Alfonso chiamò il medico, disse che partiva subito.

Quando arrivò, rimase solo con Padre Alfonso, dopo la visita:

- Signori è grave, è entrato in coma farmacologico

Anna si mise le mani in faccia per non urlare

- Dobbiamo portarlo via.

- No, dottore!

Può fare a casa quello che potrebbe fare in ospedale?

Era Anna

Era meravigliato:

- Si.

Ferma e decisa:

- Allora se deve morire è meglio che stia qui a casa sua, vorrebbe così ne sono certa!

- Ma voi…

- Dottore è mio fratello, mi assumo la responsabilità, ci siamo noi con lui, faremo i turni, ci dica cosa fare.

Gli altri annuirono, e quindi il medico spiegò cosa dovevano fare, andò via dicendo di avvertirlo per qualsiasi cosa.

Erano le 24.00 che chiamò il Console:

- Pronto, come sta? Il medico mi ha raccontato.

- Non si sveglia

Era Richard che rispose in inglese.

- Se dovesse accadere ditegli che Helen si è risvegliata, lentamente sta prendendo coscienza, e che prego per lui.

- Grazie.

Passarono tre giorni, l’infermiere veniva tre volte al giorno e due volte la notte per mettere e togliere la flebo, i miei amici facevano il turno, 24 ore su 24, quella mattina era di turno Anna, stava stendendo dei panni sullo stenditoio in cortile, poi sentii dei passi, si girò, Helen stava davanti a lei con il Console.

Non disse nulla, si abbracciarono e piansero insieme, Anna l’accompagnò dentro, tutto era strapulito e profumava di lavanda, quando Helen mi vide, non potette più trattenersi, che il padre dovette portarla nell’altra stanza.

Anna fu colpita dalla sua reazione, le preparò una camomilla:

- Non fare così?

- E’ tutta colpa mia!

Si avvicinò:

- Non parliamo del passato, ora sei qui, come stai.

Riuscì a malapena a guardarla:

- Sono viva per mezzo suo e lui….

- E lui vivrà, è una testa dura, vedrai. Sai quando sono qui, mi siedo vicino a lui e gli parlo, alle volte sento che capisce, se vuoi puoi fare lo stesso.

Lei la guardò riconoscente:

- Posso?

- Si puoi!

E sparì nella stanza, il Console fu invitato a sedersi e Anna preparò un tè, passarono tre ore, ogni tanto andava dentro per vedere la figlia, poi la chiamò:

- Helen.

Venne:

- Dovremmo andare.

Lei fece di no con la testa:

- Voglio stare qui con lui.

- Ma non puoi, sei ancora debole, diglielo tu Anna.

Anna si avvicinò e con tutta la dolcezza possibile:

- Ascolta, so quello che provi ed è giusto, ma se non ti riprendi, non lo puoi aiutare quando lui si riprenderà, e credimi ne avrà veramente bisogno.

Lei guardò interrogativamente:

- Si, Helen, la compagna lo ha lasciato la notte stessa che sei venuta tu.

Era meravigliata:

- e la mattina stava con te in Ospedale, aveva letto la lettera, questo varrà qualcosa, no? Quindi tu segui il consiglio di tuo padre, puoi telefonare quando vuoi, rimettiti e presto, se vuoi aiutarlo.

Fece si con la testa, si abbracciarono e andò via con il padre, scendendo incontrarono Richard che stava per dare il cambio, fecero pace anche loro due.

Era di lunedì, quella sera, Richard chiese ad Anna di preparargli i crocchè di patate e le arancine, era giorno di riposo, erano passati dieci giorni e nulla era cambiato, stavano scherzando vicino ai fornelli, dissertando sulla fiamma sotto la padella ricolma di soffici crocchè di patate, quando:

- Che bel quadretto, mi sa che tra poco Giorgia avrà un fratellino o sorellina.

Due statue di sale, rimasero impietriti, poi si girarono lentamente, Anna lanciò un urlo e Richard, tolse la padella dal fuoco:

- Sei tu! Finalmente!

Stavo appoggiato alla porta della stanza da letto e sorridevo, Anna si fiondò tra le mie braccia, seguita da Richard:

- Ma da quando?

La baciai sulla fronte:

- Da pochi minuti, quel profumino avrebbe resuscitato un morto!

Ridemmo fragorosamente, poi Richard mi aiutò a salire i gradini, e mi fece sedere sulla sedia a dondolo, Anna riprese la cottura, e guardava me e i crocchè senza mai fermarsi:

- Come ti senti?

La vista non era ancora a fuoco:

- Meglio, anche se sono debole.

- Ora vedrai che ti combino.

Era Richard:

- Amore via dai fornelli, ci penso io, pensa a lui.

Mise su un enorme pentolone sulla fiamma con l’acqua e iniziò a trafficare con la cucina, nel frattempo, Anna mandò un messaggio al gruppo con il cellulare, dove aveva aggiunto anche il console, Helen e Dan, per dare la lieta novella.

Poi chiamò il medico e me lo passò:

- Allora?

- Grazie dottore, mi sento come se fossi su una nuvola.

- E’ normale, le dita delle mani e dei piedi.

- Funzionano, ma non ho forza.

- Non ti preoccupare, domani mattina vengo e ti visito.

- Grazia, a domani.

Poi fu la volta di Helen, la prima a telefonare:

- Anna, come sta?

Mi guardò, poi sottovoce mi disse “è Helen”, feci di no con la testa, ma lei testarda me la passò:

- Pronto.

Silenzio

- Pronto Helen?

- Non riesco a parlare.

- Prova, uno due e tre …prova

-Stupido!

- Allora?

- Come sta il mio maritino?  Non sapevo di essermi sposata?

E rise:

- Forse non eri cosciente. Mi sento meglio.

E lei

- Forse mi hai presa con l’inganno

Ridemmo

- E quale?

- Mi hai anestetizzata e portata all’altare.

Risposi:

- Difficile!

- Perché?

- Non sei il tipo, mi avresti ucciso se non avessi voluto

Ridemmo

- e invece tu mi hai salvato, grazie. Non ti voglio far stancare ci vediamo domani, se posso.

Silenzio:

- Si che puoi, ma senza armi però!

- Promesso, un abbraccio a domani.

- A domani.

I ragazzi avevano sentito tutto e ridacchiavano:

- Beh cosa avete da ridacchiare.

Mi raccontarono tutto e rimasi molto colpito, non me l’aspettavo che mi raggiungesse a casa.

Dopo arrivarono gli altri, a farmi la festa per il mio ritorno in vita, rimanendo a cena e pasteggiando con gli spaghetti aglio e olio e crocchè e arancini alla mia salute.

Segui Padre Alfonso:

- Allora, mi sa che dovrò rimandare indietro l’olio santo, non serve.

- Certo Padre, le vostre preghiere fanno miracoli più dell’olio.

Ridemmo tanto.

Fine diciassettesimo capitolo. 



Articolo tratto da: Private Club Cucinafilm - www.cucinafilm.it - http://www.cucinafilm.it/public/
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