Araldo Gennaro - "Il coraggio e la paura"


 

Ottava parte - 17 dicembre 2017



 

Il coraggio e la paura - ottava parte - 17 dicembre 2017

caparco.g@tiscali.it 

Mi giro e vedo due persone che l’avevano letteralmente cacciato fuori dall’auto, poi guardandolo

-      Nu iddu, minchia! (Non è lui!)

Poi mi guardarono e iniziarono a correre

-      Iddu! (lui)

Non feci in tempo, li vedevo arrivare ero sorpreso, ma quello che non mi aspettavo avvenne, il pericolo era anche dietro di me, quelle due persone che stavano discutendo per l’incidente, falso però!

Urlava uno dei due

-      I manu ti tagno! (ti taglio le mani)

Mi sentii prendere per il collo, non so come, forse la forza della paura mi abbassai velocemente, facendolo roteare, era talmente forte la presa che lo scaraventai su quelli che stavano arrivando.

Vidi Chan che stava per arrivare con il crick dell’auto, uno dei due che era a terra l’agguantò per una gamba, facendolo cadere letteralmente sull’asfalto, mi  lanciai nella sua direzione, ma l’altro uomo dell’incidente con una catena mi bloccò le gambe e caddi pesantemente a lato di Chan, perdendo i sensi.

L’ultima cosa che riuscii a vedere, le auto che sgommando sparivano!

Non quando tempo rimasi senza sensi, forse una decina di minuti, avevo le mani sbucciate e piene di sangue, di lato due cellulari schiacciati e ridotti male, ma quello che più mi preoccupò era Chan che non dava segni di vita, cercai di rianimarlo, ma nulla, con fatica lo portai all’auto, pur avendo la vista annebbiata misi in moto l’auto e tornai verso la città, direzione ospedale.

Al pronto soccorso, feci appena in tempo ad indicare il mio amico che svenni.

-      Sei stato fortunato!

Sentivo una voce in lontananza ma non vedevo nulla.

-      Non ti agitare, sono Matteo, hai la testa fasciata!

Ecco perché non vedevo nulla!

Cercai di parlare

-      Chan?

La voce si era abbassata per ascoltare

-      Tutto bene, aveva solo una gran botta sulla fronte ma lo abbiamo già dimesso.

Già dimesso, allora io

-      Da quanto tempo sto qui?

-      Cinque giorni

Cinque giorni?

-      Maria?

-      L’abbiamo avvertita, ora riposa.

Non sentivo le mani, ovvero mi sembravano costrette in qualcosa, non riuscivo a muovere le dita, iniziai ad agitarmi, sentii un bruciore al braccio, poi nulla più.

Quando finalmente svegliandomi vidi la luce che traspariva dalla garza, gridai

-      C’è qualcuno?

Dopo qualche minuto, mi sembro di riconoscere la voce

-      Tranquillo ci sono io.

Era Rosa, lo sentivo, la voce era la sua

-      Rosa?

-      Si

-      Che mi è successo?

-      Non lo so, ma qui c’è il tenente dei carabinieri che ti vuole chiedere qualcosa

-      Rosa le mie mani!

Silenzio

-      Rosa che mi è successo alle mani?

-      Abbiamo dovuto medicarle, per il momento non le puoi usare, hai avuto una commozione cerebrale e delle lacerazioni sulla fronte, e sulle palpebre, per questo sei fasciato, ma speriamo che domani possiamo iniziare a togliere le bende sul capo.

-      Signor Dino, mi sente?

-      Si

-      Potreste raccontarmi cosa è accaduto?

Lentamente raccontai tutto, e feci anche una descrizione delle persone che stavano ferme per il falso incidente e le due persone che avevo visto venirmi incontro, riportai quello che avevo sentito dire in siciliano

-      Grazie.

Non sentivo più nulla

-      Rosa?

Silenzio

-      Matteo?

Dopo, mi sembrò un eternità

-      Eccomi, sono andata a firmare il verbale del pronto soccorso da dare ai carabinieri

Finalmente

-      Dimmi la verità, potrò usare ancora le mani?

Silenzio

-      Miravano a quelle, ma perché, dimmelo?

 

-      Non lo so, sospettiamo delle microfratture che al momento non abbiamo potuto valutare, ci siamo focalizzati sulla commozione cerebrale che era più importante.

 

-      Ma quanti giorni sono passati?

-      Dieci giorni!

Una vita!

Era preoccupata

-      Grazie Rosa.

Non rispondeva, ma sentii una mano che stringeva il braccio.

-      Ho sbagliato, scusami! Ora devo andare, il primario ha chiesto la tua cartella clinica.

La mattina successiva, Matteo mi disse che il primario aveva deciso di togliermi le bende sugli occhi e sarei stato dimesso sotto la sua responsabilità, mi portarono in ambulatorio con la sedia a rotelle, e poi iniziarono le operazioni per liberarmi da quella fasciatura, alla fine, vedevo ancora con difficoltà, mi spiegarono che nella caduta, qualcosa aveva tagliato sulle palpebre, ma le ferite erano ad un buon punto della cicatrizzazione.

Fui portato dai miei ex colleghi del 118 a casa, vidi solo per un attimo Maria e mi portano in camera, li ringraziai, e non appena sentii il portoncino dell’ingresso, scesi nel salone

-      Perché sei sceso, sei ancora convalescente.

La intravedevo

-      Ho paura!

Sentii la sua mano nei capelli, mi ero accoccolato vicino alla sedia a rotelle

-      Hai ragione! Quella sera Rosa salì sopra, stava piangendo, mi raccontò tutto, continuava a dire “ha ragione, ho sbagliato”, cercavo di calmarla, quando ricevette una telefonata sul cellulare, mi disse “Dino è in ospedale, vado”,   feci appena in tempo a dirle di tenermi al corrente che sparì, poi telefonò Giovanni preoccupato che non eri arrivato, gli dissi che stavi in ospedale, rimase di stucco.

All’alba mi chiamò Rosa e mi disse che ti avevano portato in sala di rianimazione, le tue condizioni di salute erano gravi e da Chan avevano saputo dell’aggressione da parte di quattro persone. Telefonai a Giovanni per avvertirlo e gli raccontai tutto,  stavolta bestemmiò.

Poi ho saputo da Rosa che Rosalia è venuta tutti i giorni, Marta e Matteo mi hanno tenuto al corrente e Rosa mi ha detto dei problemi alle tue mani, Giovanni mi ha chiamato tutti i giorni.

Ascoltavo e non ascoltavo, guardavo le mani ancora parzialmente fasciate, Maria come se mi avesse letto nel pensiero

-      Passerà anche questo!

-      Ma non posso fare nulla, sento che le dita sono rigide, quelle persone erano venute proprio per le mani, volevano distruggermi.

Non riuscivo a farmene una ragione, perché? Chi poteva avere tanto odio nei miei confronti? Chi?

Dopo qualche giorno ebbi la risposta, venne il tenente dei carabinieri che era venuto in ospedale per comunicarmi che avevano arrestato gli aggressori, erano tutti appartenenti ad una famiglia siciliana, capitanata da un cuoco, quello del ristorante di Bologna dei La Rosa.

Era appena uscito da casa, che arrivò Rosalia, Maria che ben la conosceva la fece salire

-      Come stai?

Come era bella!

-      Sto bene, grazie, non ti dovevi disturbare.

Mi guardò strano

-      Sai, proprio adesso abbiamo saputo chi ci ha aggredito così ferocemente

Sbigottita

-      Chi è stato?

-      Il vostro cuoco!

Era sbalordita

-      Come?

-      Il vostro cuoco Rosalia, quello del vostro ristorante a Bologna, lo hanno arrestato.

-      Non è possibile!

Si alzò immediatamente, salutò Maria e scese di corsa le scale.

Era stata così veloce la sua azione, che eravamo rimasti senza parole, stavamo facendo un pranzo leggero con delle frittelle che aveva preparato Maria, quando suonò il suo cellulare, e sentivo che stava parlando con Giovanni

-      Si, non ti preoccupare, glielo dico, ma non era il caso, va bene, riferirò.

Mi guardò

-      Era Giovanni come hai ben capito, dispiaciuto per quello che ha saputo, mi ha fatto un bonifico per il tuo lavoro, chiedendo di vederti appena ti sarai rimesso.

Non risposi!

Avevo bisogno d’aria, mi sentivo soffocare, scesi e mi avviai verso il centro, in trattoria avevamo richiamato il cuoco tramite agenzia, senza volerlo mi ritrovai al solito bar, ero un poco buffo con la fasciatura in testa e le mani fasciate nascoste in dei guanti leggeri, mi sedetti al tavolo raggiunto subito dal barista

-      Sono dispiaciuto!

-      Grazie

-      Cosa vi portò?

-      Due cappuccini, un caffè e tre ciambelle

Non ero stato io a fare la richiesta, alzo lo sguardo, davanti a me c’era Rosa, Marta e Matteo. Era titubante, aveva paura che la mandassi via, ma prima che potessi dire una parola, Rosa mi prese dolcemente le mani

-      Siamo andati da Maria e ci ha detto la novità.

Ecco perché!

-      Che stai pensando?

Era Rosa

 

-      Hanno arrestato i miei aggressori, era il cuoco e la sua famiglia del ristorante dei La Rosa!

Erano rimasti a bocca aperta per la meraviglia

- Ecco perche?

Era Marta

- Cosa?

- Giravano delle voci, allora erano vere, da circa tre anni si diceva che era l’amante del cuoco di Bologna.

Tutto aveva una spiegazione!

- E ora?

Era Rosa

-      Non lo so! Stavo pensando di andare a trovare Chan che ancora non si è ripreso, Maria ha chiamato un avvocato per chiedere i danni morali e materiali, ed iniziare la pratica.

Venne il barista

-      Signor Dino quando riprendete a cucinare?

Lo aveva detto in modo gentile

-      Non lo so, appena posso ve lo farò sapere.

-      Qui da me passano tante persone, alle volte pur non volendo ascolto le loro parole, e molti sono in attesa che presentate le pietanze della propria regione.

-      Grazie.

Marta

-      Non puoi deluderli vedi?

Senza rispondere alzai le mani fasciate

- Ce la faremo!

Era Chan , non so da dove era arrivato, ci abbracciammo

- Stai bene?

- Ora che vi vedo, si. Abbiamo solo avuto una brutta avventura.

Ero contento, Rosa sorrideva

- Quando iniziamo?

Divenni serio di nuovo

- Non lo so, dobbiamo chiederlo a lei.

E indicai Rosa, presa alla sprovvista, diventò tutta un rossore

- Dieci al massimo quindici giorni!

- Non è giusto!

Mi era uscito spontaneamente, non sapevo quando, ma adesso? Guardai i miei amici, erano tutti in attesa

- E se mi curassi tu, tutti i giorni, mattina e sera?

Si rianimò, allegramente disse

- Sul serio?

- Sul serio!

Risposi

- La settimana prossima, ma dovrai fare tutto quello che ti dirò, che dici?

La guardai negli occhi, era sincera, capì che in quel momento si stava giocando una partita importante per noi

- Tutto quello che vuoi!

Non si trattene, si alzò e venne ad abbracciarmi

- Stasera vieni a cena da noi?

Stavolta ero io che ero sorpreso, ma risposi subito

- Sarò un piacere! Ma chi cucina?

Con aria sbarazzina

- Non te lo dico, a stasera, vengo a prenderti alle 19.00.

E mi diede un bacio sulla fronte, salutò gli altri e scomparve.

- L’hai fatta felice!

Era Marta

- Vedremo!

Salutai gli amici e mi avviai verso casa, quando salii sopra Maria già sapeva tutto, Rosa le aveva telefonato estendendo l’invito, ma lei aveva detto di no, era leggermente raffreddata , strano per la stagione, e non voleva uscire

- Aveva una voce squillante, ma cosa le hai detto?

Le raccontai la scena del bar e quello che aveva detto il barista

- Ora capisco, ma perché l’hai fatto?

Ero pensieroso, ma contento

- A tutti bisogna dare una seconda occasione.

- Hai ragione figlio mio!

Con il suo aiuto e con un certo imbarazzo e molto tempo in contorsionismi, mi cambiai e mi preparai per la serata, prima di salutare Chan avevo chiesto di prendere dei fiori per me e inviarli alla casa del sindaco, uno per la mamma e uno per Rosa.

Telefonò la mamma di Rosa, per ringraziare per i bellissimi fiori e disse che la figlia era appena scesa per venirmi a prendere, non aspettavo altro scesi e mi feci trovare sull’uscio.

- Aspetta qualcuno?

Era Rosa, che era appena arrivata.

Dissi ridendo

- Si o forse no, non saprei.

- Allora venga, che do un passaggio.

Disse aprendo la portiera, entrai e le stampai un bacio sulla fronte, non se l’aspettava

- Non faccia distrarre l’autista!

Esclamò ridendo contenta, e partimmo.

Per me l’universo donna è qualcosa di straordinario, non sapevo come ci fosse riuscita, ma l’allegria che portava con se mi contagiò, a casa i genitori erano molto emozionati, mi accolsero come se fosse stato un loro figlio, fu una serata amabilissima, Rosa aveva un vestito leggero che svolazzava ad ogni suo movimento e metteva in risalto il suo corpo, si comportò come una perfetta donna di casa, preparò delle pietanze semplici, ma gustose, non potetti fare a meno di farle i complimenti,che lei accettò emozionandosi.

Il padre in un attimo che rimanemmo soli mi disse, che era arrivata come un turbine, “Dino viene a cena da noi stasera!”, si era fatta aiutare dalla mamma a preparare la cena e quando erano arrivati i fiori, aveva pianto, per poi riprendersi immediatamente per preparare la tavola per bene e vestirsi, non l’aveva mai vista così felice.

Dopo cena, volle che io vedessi la sua stanza, era il suo mondo ed era anche un invito esplicito per conoscere cosa veramente pensavo di lei, ci sedemmo sul letto, ma nessuno iniziava, le presi una mano

- Ti ricordi quella sera al locale, che cosa ti dissi?

Abbasso la testa

- Quando mio padre ti chiese se conoscevi la città? Rispondesti “Non ho avuto il tempo di vederla tutta, ma quello che ho visto fin ad ora, mi è piaciuta, si.”

- Ecco, proprio allora, tu avevi capito di chi parlavo?

Sempre a testa bassa

- No.

Le alzai la testa

- Si che l’avevi capito, lo sai perfettamente.

Stavolta ridendo

- Si, è vero, ma non volevo illudermi, sai uscivo da una brutta storia con Marta e Matteo, allora il mondo mi era crollato addosso, non ci volevo credere, ma dentro di me lo sper…

Non la feci finire, che la baciai!

Fu un bacio lungo, ma corrisposto, dopo un poco ci staccammo, ma eravamo in uno stato di grazia, ed io, ero sorpreso di me stesso, ma contento. Lei non riusciva più a parlare, mi guardava e mi accarezzava con le mani il viso

- Quando arrivai alla merceria e mi resi conto che eri proprio tu, quel giovane che sognavo la notte, pieno di sangue, stavo per impazzire, pensa che con la lettiga all’arrivo in ospedale stavo per investire Matteo, per poi urlargli, “aiutami”, non se lo fece dire due volte, e insieme mentre io pulivo, lui metteva i punti, poi mi fece finire la parte più complessa, la chiusura finale e come vedi ci sono riuscita, anche se mi tremavano le mani, è uscito un bel ricamo che non si vede quasi più la ferita sulla fronte.

Stavolta fu lei che mi baciò, ed io mi arresi, alla sua forza bruta!

- Ti voglio bene.

E lei

 - Io di più, mi sono sentita persa quando mi hai trattata in quel modo dopo mesi che non ci vedevamo, sapevo da Marta qualcosa, ma quando sentii Rosalia, decisi che dovevo intervenire, non volevo perderti, dopo salii da Maria per raccontarle tutto,  mi telefonò Matteo “corri Dino è qui in ospedale”, arrivai di corsa, e quando ti vidi in quel letto in rianimazione, così fasciato, mi sono sentita morire.

L’abbracciai, poi le presi la mano, “vieni” le dissi, si meravigliò ma mi seguì, entrammo nel salone c’erano i genitori apparentemente a vedere la televisione, quando ci videro la spensero

- Signor Arturo, signora, vorrei frequentare vostra figlia, ci vogliamo bene.

Ci guardarono sorpresi, guardavano me e la figlia, eravamo diversi, eravamo felici, non dicemmo nulla, ci abbracciammo e il padre mi disse

- Non sai quanto sono felice!

- Anch’io!

Uscimmo e Rosa volle dirlo a Marta, furono così contenti che ci invitarono a casa da loro, e sul terrazzo passammo una notte meravigliosa.

Ero in uno stato di grazia, a casa raccontai tutto a Maria, che fu felice per me, avvertì la sorella che mi fece i complimenti, poi passai una settimana tra cure, fisioterapia e soprattutto baci, tanti baci e carezze, che miracolosamente fecero bene alle mie mani, diventarono di nuovo elastiche, non vedevo l’ora di iniziare 



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